Un blog? Sarebbe più esatto definirlo un insieme di spunti, sensazioni, emozioni, tutte date dalla lettura. Poesie, romanzi, racconti, non fa differenza, l'importante è far scorrere nelle parole che leggiamo il nostro sangue per far vivere ogni emozione che una buona lettura può offrirci! =)
giovedì 11 ottobre 2012
lunedì 8 ottobre 2012
Poesia - colore -emozione Dante, Inf. XXVI
Questo è un esperimento coloristico-emozionale: riportiamo di seguito uno dei più intensi canti dell'Inferno dantesco, il ventiseiesimo, meglio noto come il canto di Ulisse...daremo un colore differente alle varie parole e ai gruppi di endecasillabi e terzine, ciascun colore esprime una vibrazione emotiva e artistica differente, certamente il culmine di questo capolavoro poetico è costituito dall' "Orazion picciola" ovvero dal discorso che Ulisse fa ai suoi compagni esortandoli a seguire la loro virtù e la voglia di conoscere...
Si comincia con un'invettiva...
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
che per mare e per terra batti l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo, di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss' ei, da che pur esser dee! ché più mi graverà, com' più m'attempo.
Adesso ci troviamo nella bolgia dei consiglieri di frode (insomma, chi ha tentato di fregare i suoi amici...)
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria, rimontò 'l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi, e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov' e' vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi tosto che fui là 've 'l fondo parea.
E qual colui che si vengiò con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire, quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola, sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto, e ogne fiamma un peccatore invola.
Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso, caduto sarei giù sanz' esser urto.
E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch'elli è inceso».
Ed ecco che si profilano le due guest stars!!!
«Maestro mio», rispuos' io, «per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso che così fosse, e già voleva dirti:
chi è 'n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira dov' Eteòcle col fratel fu miso?».
Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l'ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che fé la porta onde uscì de' Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d'Achille, e del Palladio pena vi si porta».
«S'ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver' lei mi piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto; ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi, perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco, in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi, s'io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi».
Il racconto dell'ultimo viaggio....
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto.
L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi, e l'altre che quel mare intorno bagna.
Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta dov' Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia, da l'altra già m'avea lasciata Setta.
``O frati", dissi ``che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente, a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec' io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso, che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna, poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com' altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
Forse non rende benissimo l'idea, ma, se ad ogni parola di questo canto (che anticipa i tempi, perchè parla del valore dell'intelletto e della centralità dell'uomo, pur condannandoli in nome di una fede innominabile...) proviamo ad associare un'immagine o una vibrazione emotiva, potremo percepirne tutta la potenza fisica e coloristica...è uno sforzo...creativo....
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martedì 25 settembre 2012
Della lettura snob: ovvero la lettura come maschera di debolezza
-Non hai ancora letto questo libro? Ma come hai potuto? Io te lo consiglio VI-VA-MEN-TE, mi ha letteralmente cambiato la vita!-
- Io, di questo autore ho letto proprio TUTTO, dalla prima all’ultima riga, e potrei anche citartelo se vuoi!
- Leggere è un’esperienza troppo importante, io leggo di tutto, ad esempio, hai presente quel libro di cui si è parlato tanto? Ecco, l’ho letto. Veramente profondo-
Frasi come queste sono proferite
giornalmente dai cosiddetti amanti ( fanatici) della lettura, e costituiscono
un valido esempio di quello che, più che uno stile di lettura, è un
atteggiamento, quello, appunto, del lettore snob. In realtà i lettori veri (gli
appassionati) sono tutti un po’ snob, perché(a
ragione) credono che l’attività di lettura sia un esercizio nobilitante per il
loro intelletto, e inoltre tendono a valorizzare la fatica intrinseca all’atto
di leggere, che li coinvolge fisicamente e mentalmente.
Solo che, talvolta lo snobismo
del lettore prende il sopravvento: questo succede quando il suo narcisismo si
impone, facendo sì che egli metta se stesso e la sua bravura al centro del
proprio universo di libri, per cui non diventa importante ciò che una buona
lettura trasmette, ma la supposta bravura del lettore nello scegliere un
determinato libro o un autore. Non è tanto (ovvero non è solo) il concetto di moda o di best seller che guida il lettore snob, spesso sono altri ideali,
come l’esotismo o il nazionalismo( fascino degli scrittori orientali, o dei
connazionali che scrivono come gli stranieri), la ricerca di classici
contemporanei(ne troveremo sempre uno che, tra dieci anni, di classico avrà ben
poco), il fascino di un’idea riletta e reinterpretata secondo nuovi canoni
(femminismi, filosofismi, storicismi…).
Il lettore snob si mostra
orgoglioso delle sue scelte editoriali, le accarezza con la voluttà di chi
sembra voler dire agli altri: -Lo vedi come sono figo? Ho letto tutto questo, e
me ne vanto.- E talvolta le condivide, cercando di costruire un salotto intellettuale
nel quale tenterà di imporre il proprio ego di bravo lettore.
La lettura snob è quindi un difettuccio
“di postura”, una piccola (seccante)scoliosi che può tuttavia essere corretta, non ponendo
al centro dell’attenzione la nostra bravura di lettori, quanto piuttosto l’importanza
che ha avuto per noi ciò che abbiamo letto, e per esprimerla non occorre
certamente sciorinare l’argomento degli ultimi libri che abbiamo letto, basta
semplicemente farli diventare suggestioni e riflessioni che possono tradursi in
piccoli doni (anche materiali).
Per mostrare il nostro entusiasmo
di lettori non serve certamente mettersi al centro dell’universo e proporsi
quali nuovi (e terribilmente secchioni) mentori che si propongono di guidare
coloro in quali li circondano in una lettura impegnata e consapevole. È più utile ( e corretto
nei confronti degli altri) ascoltare, e condividere, senza imporsi, se poi, la
qualità delle nostre letture sarà superiore (o più semplicemente differente) a
quella di chi ci sta di fronte, troveremo il modo di dargli un consiglio, se lo
troveremo opportuno.
Regalare o prestare a amico un libro che ci ha emozionato è un
gesto bellissmo, che vale molto più dei mille sofismi che potremmo costruire su
quello stesso libro. La lettura è un atto di arricchimento che può, e deve,essere
condiviso, ma non deve diventare uno status
symbol attraverso il quale celare le nostre umane debolezze.
sabato 8 settembre 2012
Leggere i classici:una cura contro l’egocentrismo
Nei programmi di letteratura italiana che gli universitari palermitani devono studiare
durante il loro percorso accademico di Lettere è ben specificato: “Leggere in
edizione integrale un’opera di letteratura italiana”, insomma, oltre a
impegnarsi a leggere qualche capitolo della Divina
Commedia (giusto per saper parlare di Dante, non ricordandolo solo per la
prima terzina dell’Inferno) lo
studente ha il dovere di leggere un fantomatico classico di letteratura italiana.
Non è difficile, e neanche
noioso…ovvero, non è difficile ma per molti studenti che un giorno (lontano,
vista la situazione della scuola italiana) saliranno in cattedra per insegnare,
sembra abbastanza noioso.
Si accomoda davanti a me un tipo, pronto per farsi esaminare, e premette
che, essendo studente –lavoratore, non considera la sua preparazione abbastanza
approfondita, ma è la sua ultima materia, ha bisogno di laurearsi per non
rischiare di essere messo in mobilità dalla sua azienda, insomma chiede
misericordia. Il fatto è che io non sono una divinità ( e meno male) sono solo
quella che lo deve esaminare nella parte istituzionale del corso di letteratura
italiana, posso tentare di metterlo a suo agio per tirar fuori da lui quello
che crede (e spera) di sapere…
Dopo avergli chiesto di parlarmi di autori non esattamente microscopici
come Ugo Foscolo (leggendo un passo dei Sepolcri),
Giosuè Carducci e Italo Svevo, vedendo che
il povero studente annaspa nel tentativo di inventarsi qualcosa, mi apro a un
sorriso Durban’s e gli chiedo:
“Perché non mi parla del classico che ha letto per l’esame?”
Silenzio
“No perché, scusi, lei l’ha letto il suo programma… era in programma
di leggere il classico!”
Silenzio
“Sotto l’ombrellone non era mica faticoso, portarsi…che ne so… Il fu Mattia Pascal o Conversazione in Sicilia… oppure lei, fa
parte di quel pubblico salottesco che ha preferito leggere cinquanta sfumature di grigio?”
Il volto dello studente esaminato si illumina mentre il nostro
pubblico (gli esami hanno SEMPRE un pubblico che prende appunti, nella speranza
che quando sarà il turno dello spettatore sia replicata una delle domande che ha religiosamente segnato, con acclusa
risposta, al suo block notes) scoppia in una fragorosa risata.
“Professoressa, l’ha letto anche lei? “ Fa lo studente pensando di
aver trovato la chiave di "svolta" per il suo esame “Io ho letto proprio quello
sotto l’ombrellone, sa com’è, lo leggevamo in due…”
“Dato il tipo di lettura non lasciamoci andare a particolari sconvenienti, conosco la trama
di questo best seller sadomaso, ma non l’ho letto; comprerò la trilogia quando
si decideranno a scontarla, così ne saprò parlare anch’io” e voltandomi verso l’altra
collega esaminatrice che mi sta guardando con occhio alquanto ilare “c’è carta
e carta no? questa è roba che si compra scontata, tanto, già tra qualche mese, avranno
finito di parlarne e tutt’al più staranno girandoci sopra un film (quasi porno
a quanto pare…) interpretato dalla prima ochetta modaiola di turno…”
Lo studente capisce che non è riuscito a far evolvere in positivo il
suo esame e allora abbozza una giustificazione:
“Sa com’è, d’estate, al mare, uno cerca di svagarsi, legge cose senza
impegno, per ridere, lo so che non è una giustificazione, ma il classico non
sono proprio riuscito a leggerlo, troppo pesante”.
A questo punto un esaminatore coscienzioso – barboso potrebbe decidere
di fare una bella ramanzina allo studente inadempiente, dichiarando l’importanza
dei classici per la sua formazione personale e professionale e ricordandogli
che un giorno queste cose che definisce pesanti le dovrà andare a insegnare, trasmettendo
a sua volta il senso di pesantezza che prova, e la sua evidente ignoranza, ai
poveri discenti di turno, poi direbbe che alcuni testi sono dei cardini della
letteratura e la loro conoscenza è indispensabile e magari farebbe notare al “povero”
esaminato che certi passi letterari, alle elementari, si imparavano addirittura
a memoria, per quanto erano considerati importanti! E poi attaccherebbe con una
ramanzina sulle mode e sulle letture spazzatura che infarciscono gli scaffali delle
librerie…
Ma diciamocela tutta, questa sarebbe una ramanzina classica, una di
quelle che lo studente si aspetta e che, infatti, gli entrerebbe da un orecchio
e gli uscirebbe dall’altro, è anche il rimprovero meno impegnativo, che
permette all’esaminatore di credere di avere la coscienza pulita, dichiarando che i
classici sono semplicemente “importanti”, ed è importante impararli bene per
insegnarli altrettanto bene…
Ma essendo che un esamino di coscienza me lo sono fatta anche io, preferirei
appuntare l’attenzione su altri elementi che fanno della lettura dei classici (non
solo della letteratura italiana) un’ ESPERIENZA importante, e che esulano dalla
banale celebrità accademica dell’opera che stiamo leggendo…
Leggere un’opera che ha vinto “di mille secoli il silenzio” è un’esperienza
che ci aiuta innanzitutto a capire meglio noi stessi, perché ci permette di
uscire dal nostro tempo e di osservare come spesso un pensiero un’emozione, un
colore, un sapore non siano un’esclusiva dei nostri tempi, ma anche altre
persone hanno amato, sognato, mangiato, dormito, pensato, inventato con la
stessa intensità con cui anche noi compiamo queste azioni. Un classico è
edificante non perché è portatore di un messaggio, ma perché ci trasmette
qualcosa di più grande: la vita attraverso i secoli.
Perché ci si emoziona tanto quando si osserva una grafia lontana da
noi nel tempo o nello spazio (cuneiforme, geroglifica, pittografica)? Semplice,
pechè vorremmo sapere che cosa esprime, e se i segni si avvicinano agli oggetti
delle vita quotidiana, allora ci sembra che facciano rivivere davanti ai nostri
occhi azioni e pensieri che non ci sono più.
Bene, funziona così anche per i libri, specialmente per quelli che
qualcuno ha inserito nel canone dei classici, solo che ormai l’equazione
classico = libro (spesso palloso) legato in qualche modo alla scuola, sembra
prendere il sopravvento, e lo fa anche quando il professore di turno dice all’allievo:
“Sei un asino perché non vuoi leggere un libro che ti potrà servire un giorno
se devi insegnare”. Questa non è una
giustificazione, perché:
a) Non tutti gli studenti di lettere diventeranno insegnanti.
b) Un insegnante dovrebbe avere una maggior coscienza (una coscienza
metaletteraria?) di quello che sta insegnando, e quindi…cercare di capire dove
sta l’importanza di un classico senza dire semplicemente “è importante!”
Allora potrebbe essere una buona idea affermare che la lettura di un
libro scritto mille o anche solo cento anni fa è un’ottima soluzione per
contrastare il nostro dilagante
egocentrismo.
“Leggi, perché non esisti solo tu, coi tuoi pruriti intellettuali e
sessuali”, leggi perché c’è gente che alcune cose le ha espresse con
sconcertante fascino quando di te non c’era neanche il sentore sulla faccia
della terra, perché la bellezza è bellezza delle parole e nelle cose che
esprimono, e anche quando non vogliono insegnarci nulla, ci hanno insegnato che
non tutto serve a qualcosa, e che questo lo sapevano anche gli scrittori di
mille anni fa…”. Così, penso che lo capisca anche un ragazzino delle elementari
(magari di quinta, va'!)
Il povero studente al quale ho tentato ( non è semplice, perché in
queste circostanze si ha fretta di passare avanti, per “giustiziare” qualcun
altro…) di fare questa seconda
ramanzina, precisando che nessuna lettura è davvero impegnativa se il lettore
si appassiona, e che quindi poteva portarsi sotto l’ombrellone anche l’Inferno di Dante, riproverà a sostenere l’esame un’altra
volta…mi spiace davvero, perché lavorando è difficile conciliare troppi impegni…ma
almeno non l’ho fatto alzare sentendomi la coscienza sporca.
Un classico non si legge perché è importante, ma perché mi aiuta a non
mettermi al centro dell’universo, quindi non è un obbligo noioso, è una cura, NECESSARIA,
per tutti!
sabato 1 settembre 2012
Il disco di Phaistos...lettura come esperienza visiva!
Quasi quattromila anni di storia per questo disco su cui sono incisi alcuni simboli che, ancora oggi, non hanno trovato decifrazione...ma è scrittura, forma di espressione ispirata agli oggetti che sono nello spazio...
Questo testimonia che scrittura e lettura sono esperienze innanzitutto visive, non solo perché coinvolgono gli occhi che decifrano un codice, ma perché questo codice stabilisce un continuo (più o meno arbitrario, più o meno sublimato) contatto con la realtà che ci circonda...
Ogni parola possiede una consistenza, in quanto insieme di grafemi, morfema, parte del discorso, ma anche perché è sempre, in qualche modo, 'deittica', terrena, fisica, nella sua capacità evocativa...è questo che sembra dirci l'enigmatico disco di Festo...
martedì 28 agosto 2012
I diversi stili di lettura: lettura – immedesimazione
È
bello immergersi nelle pagine che stiamo leggendo, sentirle vibrare nella
nostra anima e condividerle pienamente, pensare che “tutto è bello, tutto è
perfetto, tutto è vero”, ma… è sempre giusta, ovvero, è sempre equilibrata,
questa maniera di leggere? Non sarà che a volte ci facciamo trasportare troppo,
e che i nostri neuroni sono un po’ troppo sensibili (fessacchiotti…) al fascino
della pagina scritta?
Questo non vuole certo essere un attacco ai cuori dei
lettori più appassionati (spesso solitari e sprezzanti del volgo…), è più che altro una constatazione: alcuni sensibilissimi lettori non riescono a
mantenere le giuste distanze da ciò che stanno leggendo, immedesimandosi in modo eccessivo nelle pagine
che divorano con tutte le parti del loro corpo ( PRENDERE PER ORO COLATO LE
COSE CHE SI LEGGONO….)
Sembra uno stile di lettura poco frequente, ma i lettori di opere filosofiche e
pseudofilosofiche protendono spesso a
immedesimarsi nelle parole di quelli che considerano dei maestri! Una forma di
immedesimazione più subdola è quella del citazionismo esasperato: Il lettore
che tende all’immedesimazione impara a
memoria frasi e stralci di un libro che lo emozionano e poi…li usa (li vomita
letteralmente) al momento che ritiene più opportuno (e che magari non lo è proprio…)
Perdersi nei meandri di un
libro è meraviglioso, rilassante, rigenerante (Però stiamo attenti ai nostri occhi! Leggiamo adoperando la giusta luce, altrimenti, una bella
congiuntivite, non ce la toglierà nessuno, altroché lettura rilassante!!!!) Ma
aggrappiamoci sempre , come Teseo, al filo d’Arianna che ci permette di mantenere un
contatto con la realtà!Immedesimarsi sì, ma con critica moderazione…
venerdì 24 agosto 2012
giovedì 23 agosto 2012
I diversi stili di lettura: lettura accademica o lettura-studio
Una maniera di leggere dal nome altisonante, ma che è in realtà particolarmente diffusa,
seppur in forme che sono più o meno
evolute, a seconda del grado d’istruzione di chi sta leggendo.
Solitamente la lettura accademica si presenta come una necessità: io
leggo un testo perché devo studiarlo (ad
esclusione, logicamente di chi fa della lettura un lavoro, in tal caso il
lettore VUOLE studiare uno specifico argomento) questo significa che mi
concentro su aspetti diversi da quelli emozionali: la lettura-studio si
intraprende per acquisire dei concetti, implica un profondo esercizio dell’attenzione
e maggior sforzo della memoria che
raccoglie dalle pagine le informazioni e, a seconda dei casi, le elabora in
funzione di uno scopo specifico (esercitazioni, esami, interrogazioni).
Spesso la lettura accademica interessa testi poco coinvolgenti come i
manuali, i quali (lo dice anche il nome) hanno uno scopo prevalentemente didattico
e nozionistico, per cui lo stile di
lettura accademico appare “diverso” da qualsiasi altro anche a causa dei supporti materiali sui
quali si esplica. Ha inoltre dei tempi e delle scadenze, che fanno sì che l’aspetto
coercitivo delle lettura prenda il sopravvento rispetto a quello formativo.
Tante volte, prima a scuola e poi
all’Università, ci hanno propinato poesie
da imparare a memoria, testi letterari da analizzare per cercare di
comprenderne lo stile, interi volumi (questo vale in particolar modo per chi ha
affrontato studi umanistici) di classici da “studiare”. Ma, in questo modo, troppo
occupati a scovare un enjambemant, o a cercare assonanze e consonanze tra un
determinato testo e la produzione letteraria ad esso coeva, non ci siamo fatti prendere dalla sua
intrinseca bellezza e dai suoi significati, lo abbiamo soltanto studiato, ma
non lo abbiamo davvero letto.
Proviamo a rileggere, senza
secondi fini, un sonetto foscoliano, un canto della Divina Commedia di Dante
Alighieri, o un capitolo dei Promessi sposi manzoniani, immergiamoci nelle pagine di filosofi
come Platone o Nietzsche godendo della forma e della sostanza, espressa
dalle loro parole, e lasciamo che
i concetti e le immagini maturino in noi, diventando uno ktema es aei (un possesso perenne, cfr. Tucidide…). Questo vale anche per le materie meno umanistiche
e più scientifiche, le nozioni non vanno solo memorizzate, vanno comprese (dal
latino comprehendo = abbraccio) e interiorizzate; tanto per intenderci, non mi
serve imparare a memoria un manuale di anatomia o tutto il codice civile, se poi
non riesco a interpretarli, e l’interpretazione nasce sempre da una fruizione
partecipata di ciò che stiamo studiando .
Solo in questo modo, la lettura accademica non sarà una semplice
raccolta di nozioni da sfoggiare al momento opportuno…
P.S. Una lettura accademica mal fatta può diventare una
lettura annoiata, o distratta, e può
avere anche degli effetti collaterali di tipo fisico: capita di frequente
infatti che questo stile di lettura si accompagni ad un bisogno compulsivo di fare altro (stare
al computer o davanti la TV, fantasticare, mangiare…)
È
necessario porsi delle scadenze e degli obiettivi durante i nostri studi, ma
non dobbiamo neanche forzare la mano; studiare deve essere un arricchimento e
non soltanto un fastidioso obbligo ingrassante… (anche se tante volte, non è
facile…)
mercoledì 1 agosto 2012
I diversi stili di lettura (prima parte...)
Partiamo da un asserto
fondamentale: non esistono cattivi lettori (tutt’al più esistono opere
scadenti, questa è la fregatura… ma sta a noi evitarle o leggerle con cautela…)
La lettura siamo noi (noi
scegliamo l’opera, il momento e il luogo della nostra lettura) e ciascuno di
noi è unico e inimitabile per cui avrà una propria maniera di vivere le pagine
che sta leggendo…
Date queste premesse non
voglio fare alcuna categorizzazione, tuttavia mi piacerebbe riflettere sui
diversi modi in cui leggiamo, perché nella diversità esistono delle costanti,
dettate dalle contingenze, che non possono essere trascurate.
Riflettere su di esse
può aiutare a correggere qualche cattiva abitudine, a valorizzare le nostre
qualità e a capire meglio in che modo ognuno di noi, secondo le sue
possibilità, possa diventare un lettore
creativo.
Cominciamo a indagare
tre stili di lettura apparentemente sbagliati (lo sbaglio non è mai
nello stile ma nelle circostanze in cui
questo si manifesta)…
1) Lettura distratta o superficiale: Gli occhi scorrono con assoluta
indifferenza le pagine che sono loro sottoposte; per cui solo poche parole,
corrispondenti ad altrettanto pochi concetti, riescono ad impressionarli e a
fissarsi nei nostri pensieri. Spesso questo stile di lettura è conseguenza di
una costrizione (a volte anche di un’autocostrizione) e può combinarsi con
altri stili. Ogni cosa a suo tempo…
In certe circostanze… meglio
sfogliare un bell’album di fotografie!
2) Lettura annoiata: Per certi versi è molto simile alla lettura distratta, ma le
sue premesse sono leggermente diverse. Quante volte ci capita di essere incuriositi
dal titolo di un’opera letteraria, o di averne tanto sentito parlare, da decidere
di prenderla in mano e cimentarci nella sua
lettura? D’improvviso però ( o pian piano, dipende dalle circostanze) il quid
che ci ha spinto alla lettura svanisce e rimaniamo (talvolta inspiegabilmente) delusi
da quello che leggiamo. Siamo testardi, insistiamo, ma non troviamo nessuna corrispondenza
(neanche minima) tra noi le pagine che stiamo sfogliando…
Spesso non è colpa di ciò
che stiamo leggendo (non ci troviamo necessariamente davanti a un cattivo
libro); possiamo essere noi che, in quel preciso istante, abbiamo bisogno di
altro (una bella passeggiata, un bel film, un altro libro!) e non ci troviamo in sintonia con le parole
che scorrono sotto i nostri occhi. Ci sforziamo di continuare il nostro viaggio
tra le pagine, senza accettare che non siamo riusciti a partire, e ci annoiamo…
Chiudiamo questo
libro, riserviamocelo per un momento più opportuno…
3) Lettura rapida: la lettura rapida è funzionale a qualcos’altro, un ripasso,
una punta di curiosità, l’urgenza di recuperare delle informazioni. Solitamente
quindi serve a riportare a galla delle impressioni che avevamo colto in una
lettura precedente. A volte si legge rapidamente per scommessa (chi finisce
prima di leggere questa pagina?) a volte per superficialità ( va bene, questo
argomento non mi interessa, ma leggiamo comunque, magari ci trovo qualcosa di
interessante). Può certamente essere uno stile di lettura costruttivo, ma bisogna
saperlo gestire!
La lettura rapida di
una poesia spegne i suoi colori nascosti…
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