venerdì 23 aprile 2021

BREVE CRONACA DELL’INCONTRO CON… UNA LIBRERIA

 

C’era una volta…

Potrei iniziare il mio breve racconto in questa maniera, dandogli così il tono di una fiaba, ma preferisco lasciargli il colore della scrittura diaristica con il quale è nato…in modo tale che le mie parole mantengano e trasmettano il sapore di un’emozione subitanea e profonda, che ancora m’accompagna, e che non credo mi potrà lasciare, ripensando ai momenti che mi accingo a narrare.

Tutto avvenne a Trieste, in una “via secreta”, il 29 settembre 2010.


Mi considero una persona fisiologicamente timida, di quelle che ammutoliscono in mezzo alla gente e che ha bisogno di un input esterno per cominciare una conversazione, proprio per questo ho chiesto e richiesto al mio dolce compagno di vita di accompagnarmi nel “nero antro funesto” che si apre in Via san Nicolò 30, a Trieste; mi riferisco alla libreria antiquaria che fu per oltre trent’anni di Umberto Saba, che ancora oggi porta il suo nome, ed è gestita da Mario Cerne il figlio del “buon Carletto”, il commesso, ed in seguito comproprietario della libreria, reso celebre dalla parola poetica di Saba.

Samuel mi ha fatto capire in tutte le maniere possibili che si sarebbe sentito a disagio, e che sarebbe stato più giusto e gratificante per me se in quella libreria ci fossi entrata da sola, lui mi avrebbe aspettato pazientemente fuori.

Alle 17,30, o poco più tardi, la mia mano si posa risoluta quanto basta sulla maniglia bronzea, resa opaca  dal tempo e dai tanti avventori e curiosi che hanno varcato quella porta a vetri che si socchiude senza emettere alcun rumore. Ed eccomi, risucchiata dall’antro.

I miei piedi si posano con circospezione sul parquet scuro e consumato, posizionato a spina di pesce, che scricchiola in maniera piacevole, con un rumore stranamente rassicurante, di cose familiari.

Mi investe un odore pungente di carta invecchiata ed asciutta, vedo alla mia destra una riproduzione del ritratto che Vittorio Bolaffio fece a Saba, accanto c’è un’immagine del buon Carletto, insieme a quella scala altissima che serve ad arrampicarsi sugli scaffali più impervi della libreria, e che io ho già visto in qualche foto, forse proprio con Carletto arrampicato.

E poi, arriva il signor Mario Cerne, che mi accoglie quasi come un custode rassegnato quando scopre che sono l’ennesima studiosa-curiosa del vecchio Saba.

Comincia a sciorinare una serie di nomi di studiosi, ai quali potrei rivolgermi per avere qualche consiglio accademico, mi parla di un certo  professor Bonura, siciliano anche lui, come me. Capisco subito che il signor Cerne è una persona che ama parlare, e questo mi mette a mio agio; il buon antiquario - custode  si incuriosisce con una certa discrezione quando gli comunico che io mi sto occupando principalmente delle prose di Umberto Saba. Cala improvvisamente un  breve silenzio pensoso nella libreria, interrotto da un nuovo fiume di parole.

-A Trieste -  mi dice il signor Cerne – non c’è molto interesse per Saba, è un  autore inspiegabilmente trascurato…-.

Io penso tra me e me “nemo propheta in patria est”, e non posso far altro che annuire stupita; subito dopo fruga in una pila di libri e ne tira fuori un Canzoniere  tradotto in giapponese, me lo mostra divertito dicendomi: - Vede un po’ ? Ma certo lei questo non lo sta studiando -.

Il signor Cerne coinvolge anche un suo amico-aiutante nella conversazione; è un professore, che si interessa di Ugo Foscolo; la conversazione a questo punto si fa più animata e dettagliata: parliamo di Linuccia, la figlia di Saba, e le parole del libraio e del suo amico non sono certo tra le più affettuose… diciamo che non traggo affatto un ritratto edificante di questa donna che ha vissuto poco serenamente a fianco ed all’ombra di personalità letterarie di spessore considerevole quali suo padre ed il suo compagno Carlo Levi.

Mi viene raccontato della pubblicazione di Ernesto, ridotta ad una squallida operazione commerciale che coincise d'altronde, e non per caso, con la vicenda della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Signor Cerne ricorda che suo padre si stava beccando una querela da parte di Linuccia per la reazione indignata ed umanissima che ebbe  dopo aver letto sui giornali le anticipazioni  delle parti più scabrose del romanzo. Suo padre a Saba voleva bene come un figlio, ed aveva vissuto questa pubblicazione come una vera e propria profanazione nei confronti della memoria del poeta triestino, per questo motivo la sua reazione, che ebbe la sventura di essere registrata da un giornalista, era stata più che giustificabile, benché offensiva nei confronti di Linuccia!

Forse è vero quello che mi dicono questi due signori-custodi delle memorie della libreria antiquaria di via San Nicolò: Qui c’è il suo fantasma, melanconico e silenzioso, aleggia tra gli scaffali, zeppi di libri antichi, ed è molto curioso di sapere cosa sta combinando questa studiosa (una donna, che strano destino! E a vederla così, con jeans e giacchetta di pelle si direbbe ancora molto giovane, ma l’apparenza inganna) che si dedica a lui da ormai più di cinque anni…

Io mi sento un po’ brilla, senza aver bevuto un goccio di vino, ma soprattutto mi sento “a casa”, perché in questo luogo, che vuol essere una libreria, ma è anche un sacrario, mi capiscono, parlano la mia stessa lingua, conoscono l’opera di Umberto Saba nei minimi particolari, e si accorgono che la conosco anch’io!

Parlare con la Grignani? Con il professor Guagnini? da lui ci andrò tra qualche giorno…

Ma soprattutto lavorare con la mia testa, le mura di questa  Libreria sembrano suggerirmi questo.

Penso al mio piccolo progetto di scrittura in cui vorrei confrontare le Scorciatoie  sabiane e i Pensieri leopardiani, e, quasi fosse la domanda più naturale del mondo, e quasi la stessi ponendo proprio a Saba in persona domando: - Quale edizione delle opere leopardiane si è trovato tra le mani?-  Mi viene risposto senza indugi che si trattava dell’edizione Le Monnier. Lo avevo intuito…

Intanto si sussegue un viavai di tre o quattro persone: amici, avventori, intellettuali, e il mio povero e un po’ scocciato Samuel mi aspetta fuori, ignorando purtroppo che io mi trovo dentro un’altra dimensione, in cui il tempo si è dilatato in una strana forma di empatia tra la mia anima e l’atmosfera che sto respirando e che mi sta annusando.

Sono insieme a “lui”, è il suo fantasma che sta interagendo con me e non ha la minima intenzione di lasciarmi andar via.

Arriva Stelio Vinci, l’autore di un grazioso libro che ho avuto il piacere di leggere qualche mese fa: La libreria del poeta, un saggio, ma anche e soprattutto un toccante ritratto di questo luogo magico, in cui mi trovo in questo momento: ci presentiamo, e si mostra parecchio incuriosito dal mio ambito di studio, trova che io stia lavorando in maniera originale, mi lascia il suo indirizzo email per rimanere in contatto e mi dice che anche a lui piacerebbe molto poter leggere le 2500 lettere che Saba scrisse, ma che purtroppo non c’è nulla da fare, e andare al Fondo Manoscritti di Pavia serve a ben poco.

Mi mostra due cataloghi della libreria antiquaria, due volumetti molto eleganti, li sfogliamo velocemente insieme e mi fa notare che i fogli sono contrassegnati a matita proprio da Saba, ma che, almeno stavolta, non c’è alcun appunto che possa essere utile. Io gli dico che domani mattina dovrei visionare qualche letterina sabiana alla biblioteca Hortis.

Intanto squilla il telefono e arriva un sms, è difficile far capire agli altri perché non do loro retta, per il momento.

Ciò che più mi addolora, la nota stonata, è che Samuel sia fuori ad aspettarmi, invece di essere qui con me. È passata più di un’ora e credo che l’sms fosse suo. Deve essere seccatissimo, ha pensato di fare il mio bene rimanendo in disparte  ad aspettarmi, per farmi vivere così in maniera più intima una delle più importanti esperienze del mio percorso di studiosa, almeno dal punto di vista emotivo. Eppure, nel mio profondo io desideravo condividere con lui il turbine di emozioni che mi ha investito. Capisco il suo punto di vista, ma lui non ha capito me… tuttavia, forse ha fatto bene, o forse no… Non pontifichiamo! In fin dei conti i gesti d’amore non si giudicano…

Si scoprono tutti mezzi siciliani lì dentro, e io mi scopro un po’ giuliana, forse anche per i trascorsi dell’infanzia di mio padre…

Ma cosa sono infine queste pagine? Vorrebbero essere un racconto, ma a pensarci bene non saprei come definirle; certamente rispondono all’esigenza di fissare sulla carta un grumo di emozioni arruffate, che traspare a malapena dalle due foto (mosse) che ho scattato a questa “strana bottega d’antiquario”. Ho voluto tratteggiare con le parole un’ora di sympatheia, di autentica “corrispondenza d’amorosi sensi”…

Tornerò nell’antro, nei prossimi giorni. Ho promesso al signor Cerne, nobile custode di una grande memoria, che non sarei fuggita senza lasciar traccia, e io mantengo sempre la mia parola…

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