venerdì 10 luglio 2020

La grammatica non è acqua: Femminili singolari di Vera Gheno


Per un qualsiasi docente di lettere, e in generale per chiunque ami la lingua italiana e sia disposto a riconoscerne la naturale vitalità, Femminili singolari di Vera Gheno, ( Effequ, 2019)  sarà una scoperta entusiasmante; un saggio da leggere per quello che davvero è e non solo per ciò che  rappresenta a prima vista.
In questo saggio pop, La sociolinguista, specializzata in comunicazione mediata tramite i computer (Social- linguista si definisce), affronta, mediando appunto tra linguistica e sociologia, il tema dei sostantivi femminili, e disegna un quadro mosso e complesso nella sua estrema semplicità: il meccanismo linguistico declina al femminile cariche istituzionali e lavori che fino a qualche tempo fa erano appannaggio degli uomini; le nuove costruzioni linguistiche, giustificate e giustificabili in quanto si innestano nel naturale processo creativo della lingua, che si muove nelle sue forme declinabili senza in realtà mai uscire dal seminato, fa storcere il naso a molti sedicenti puristi, i quali si appellano invece ad autorità linguistiche superiori per avallare le proprie opinioni.
Il naturale arricchimento linguistico trova quindi dei paletti che hanno origine sociologica: la supposta  cacofonia  di parole come “sindaca, ministra, avvocata, architetta, ingegnera” è ampiamente disquisita, e sono evidenziate dall’autrice le motivazioni delle resistenze che si nascondono dietro il rifiuto urlato a gran voce da molti uomini e donne di usare determinate terminologie. Tuttavia la femminilizzazione dei termini non deriva da alcun capriccio, quanto piuttosto da un necessario riconoscimento dell’esistenza di determinati ruoli declinati al femminile.
Descritto in questo modo…il saggio può sembrare…noioso e forse anche politicamente orientato…e invece no. Quella di Femminili singolari è una lettura divertentissima e stimolante, che muovendosi dalla teoria linguistica, con approfonditi riferimenti alla morfologia del nome e al lessico, si muove attenta e divertita  tra le testimonianze dei social e dei media, osserva come la lingua viva dibatta su se stessa in un continuo gioco metalinguistico che spesso perde la bussola: insomma si comporta con se stessa un po’ come se fosse una lingua morta, arroccandosi su posizioni a dir poco vetuste per ragioni che hanno  ben poco di linguistico.
La lingua viva è possesso delle persone che la usano come codice di comunicazione, questa si adatta naturalmente ai cambiamenti sociali, ma tale naturalità si scontra con la difficoltà nell’ accettare la femminilizzazione dei ruoli, difficoltà che mostrano di avere le stesse donne, e che riconosco talvolta anche in me: ecco che, nell’ottica del lifelong learning che dovrebbe interessare tutti, ma che deve necessariamente toccare in maniera più stringente la classe docente, e nello specifico, per questa tematica, i docenti di italiano, questo libro è utilissimo per scardinare alcuni pregiudizi linguistici, ma soprattutto per comprendere come questi non siano supportati  a livello teorico. La grammatica si muove nella giusta direzione: ciò non significa che le parole che vengono rideclinate per i ruoli al femminile suonino bene: l’eufonia non è un dato linguisticamente vincolante se c’è una correttezza  formale indiscutibile e se l’uso continuato le sancisce come lecite. E sicuramente importante che  i parlanti prendano coscienza di questa indubbia verità, e non stiano a urlare su social la loro indignazione declinando  ad esempio in maniera polemicamente scorretta parole indeclinabili in quanto ambigeneri ( pediatra che diventa pediatro maschio) e appellandosi all’insindacabilità del correttore di word che non riconosce nel loro valore di sostantivo femminile parole come architetta o muratrice.
Il femminismo è nelle parole, recita il sottotitolo di questo illuminante saggio che, arricchendomi e chiarendomi le idee sulla flessibilità di genere che la nostra lingua indubbiamente possiede (mentre, invece, che ci piaccia o no, non possiede il genere neutro) mi ha regalato anche la conoscenza di una nuova utilissima parola: “Minchiarimento”, espressione che traduce in lingua italiana il significato del termine mansplaining, e interpreta molto bene quelle forme di paternalismo maschile e maschilista che si esplicano attraverso l’imposizione del proprio punto di vista da parte dell’uomo che tende a sminuire quello della donna: chiaramente ne farò uso, anche se il riferimento ai genitali maschili può essere un po’ urtante nella sua espressività estrema.
Ma questo saggio mi ha permesso di riflettere sulla mobilità e vitalità dell’italiano dal punto di vista del genere femminile, inteso proprio come genere grammaticale che nella sua vitalità è genere sociale. A volte sono state riflessioni scomode, ma auguro a tutti i lettori di Femminili singolari di svolgere tutti delle dovute  scomode riflessioni, perché nell’autocritica costruttiva oltre che nella conoscenza di quelle che sono le regole grammaticali, le quali non hanno nulla di scientifico inteso come immodificabile, si può trovare la giusta chiave per parlare e scrivere in un italiano che sia corretto e consapevole.


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