mercoledì 7 agosto 2019

Leggere i classici: "La cognizione del dolore" di Carlo Emilio Gadda

Quella della "Cognizione del dolore" è una lettura complessa e faticosa nella sua relativa brevità. Ci vuole tempo e concentrazione per confrontarsi con Gadda.
Il suo Gonzalo è un personaggio che raccoglie molte suggestioni della letteratura di inizio 900. È certamente un inetto differente da quelli consacrati dalla letteratura nazionale e internazionale. Il suo disagio esistenziale dettato da ragioni storiche e caratteriali si traduce in un coagulo linguistico doloroso ( che del resto rispecchia il malessere dell'autore, come sarà affermato i postfazione) e baroccheggiante, una lingua grondante di arcaismi e neologismi che disegna con coloriture espressioniste luoghi e fatti fittiziamente fantastici.
 La figura della Madre, il cui nome viene indicato dall'autore, ma che è più epicamente solo MADRE, ha in sè una dolcezza e una stanchezza che appartengono a un tempo che non esiste più. La madre è altro, è la cortesia e la nobiltà del passato che sarà infatti sfigurata dal doloroso presente senza nome nella conclusione incompiuta del libro.
Un'esperienza di scrittura e di conseguente lettura umorale, condizionata senza dubbio dal clima storico nel quale è stata prodotta ( non è una mia intuizione, è un'affermazione dello stesso Gadda) affascinante nella sua durezza espressiva e compiuta nella sua irresolutezza.

martedì 4 ottobre 2016

Didattica della letteratura italiana nella scuola secondaria di primo grado: Tra letteratura e storia della lingua italiana, un possibile approccio.L'ITALIANO IN LETTERATURA. UN DIALETTO CHE HA FATTO CARRIERA

·         ·         PRIMA DI COMINCIARE: COSA È LA LETTERATURA ITALIANA?

Nei prossimi due anni affronterai lo studio della letteratura italiana; ma cosa sarà mai questa letteratura? I poeti e gli scrittori di tutto il mondo hanno affidato alla scrittura i loro più bei pensieri, alcuni si sono persi nel tempo, altri invece si sono tramandati negli anni e nei secoli, diventando famosi, al punto da definirsi dei CLASSICI. Immagina di riunire in un'unica grande libreria tutti le opere scritte dai più grandi artisti, quelle che sono state considerate così belle e preziose da rimanere vive nei secoli regalando emozioni e riflessioni a chi le legge oggi come ieri. Concentrati  in particolare sui poeti e sugli scrittori italiani che parlano la nostra lingua e non hanno bisogno di essere tradotti, lasciando stare francesi, inglesi, russi, spagnoli, tedeschi o americani: ecco, questa è la nostra letteratura, la letteratura italiana.
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SI FA PRESTO A DIRE VOLGARE

Fino alla caduta dell'impero romano le persone importanti e colte parlavano latino, anche se, quando erano a casa, preferivano non perdere tempo dietro alle mille regole di questa antica lingua, per cui la semplificavano, per renderla più facile da parlare. Tuttavia i documenti  continuavano a essere scritti in latino, fino a che, intorno all'VIII secolo, le diverse popolazioni europee, stanche di scrivere in una maniera e parlare in un'altra, cominciarono a scrivere come si parlava. La lingua del volgo (ovvero la lingua del popolo) sostituì pian piano il latino; nei diversi stati europei, e nelle varie regioni si cominciò a parlare e a scrivere in volgare.  Di fatto vi erano moltissimi volgari; il poeta e scrittore Dante Alighieri in un importante libro dedicato alla parlata volgare solo in Italia ne contava ben quattordici!
Se possiamo definire il volgare come la lingua parlata dal popolo, possiamo anche immaginarcelo come un dialetto: in Sicilia si parlava il volgare siciliano, in Toscana quello toscano, in Emilia Romagna quello romagnolo, nelle Marche il marchigiano e così via...anzi, a voler essere più precisi, le regioni italiane (ma anche quelle spagnole e quelle francesi) prenderanno il nome dai volgari che vi si parlavano, proprio perchè, nel medioevo le venti regioni italiane ancora non esistevano. Una cosa è certa, dal momento che tutti i volgari provenivano dal latino si somigliavano un po', quindi non era così difficile capirsi, anche se ci voleva un po' di impegno a tradurre un dialetto in un altro.
Se prima furono solo i documenti ufficiali, scritti dai giudici e dai notai, ad essere redatti nei vari volgari, pian piano anche gli scrittori e i poeti (che spesso erano gli stessi notai e giudici) cominciarono ad usare il volgare per scrivere piccoli componimenti poetici. Stava nascendo la letteratura italiana, ma ancora c'era un po' di strada da fare, proprio perchè ogni poeta scriveva nel proprio volgare.
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     LA PAROLA A FRANCESCO DI ASSISI

Le prime opere in volgare che ebbero una grandissima diffusione furono le prediche, proprio quelle delle messe, perchè queste continuavano ad essere dette in latino, e bisognava spiegare al popolo cosa dicevano le scritture.
 Intorno al XII secolo insieme alle prediche cominciarono anche a diffondersi delle semplici preghiere, soprattutto in Umbria. E proprio ad Assisi, fu scritta una preghiera-poesia che ancora oggi viene considerata il primo classico della letteratura italiana: Il  CANTICO DELLE CREATURE, l'autore di questa delicata ed emozionante poesia è Francesco,  ovvero San Francesco d'Assisi, il fondatore dell'ordine dei francescani, nonché santo patrono d'Italia.

·         UN SOLO VOLGARE PER L'ITALIA DEGLI SCRITTORI E DEI POETI

Francesco, di fatto, parlava e scriveva in volgare umbro, e, almeno fino al XIII secolo ogni poeta avrebbe espresso le sue emozioni nel proprio volgare. Tuttavia un argomento accomunava tutti i poeti e scrittori dell'epoca: desideravano parlare e scrivere d'amore. L'amore era un motivo di moda in tutta Europa, soprattutto in Francia e nel Sacro Romano Impero,  e quando  re Federico II di Svevia, si trasferì dalla Germania a Palermo, fondandovi la sua corte, si circondò di poeti che volevano scrivere d'amore, dando origine una vera e propria scuola di poesia: la SCUOLA SICILIANA, della quale facevano parte personaggi molto famosi all'epoca: Jacopo da Lentini, Pier delle Vigne, Cielo d'Alcamo. Questi poeti cantavano l'amore paragonando le donne ai feudatari e i loro innamorati ai vassalli, pronti a tutto per loro e per un loro cenno.
Quando, circa un secolo dopo, esattamente tra la fine del 1200 e l'inizio del 1300, Dante Alighieri si imbattè nelle opere dei poeti siciliani ne rimase folgorato: le trovava bellissime, solo che, per capirle pienamente aveva la necessità di tradurle dal volgare siciliano a quello toscano, Dante infatti era fiorentino.
Era anche un po' dubbioso rispetto al significato che i poeti siciliani attribuivano alla donna e all'amore: per lui e per il suo maestro Guido Guinizzelli, la donna non è simile a un signore feudale, ma è  un vero e proprio angelo del paradiso, che suscita nell'uomo che la ama sentimenti di perfezione e lo avvicina a Dio!
Questi due aspetti problematici della Scuola siciliana dovevano essere superati e risolti, e dal momento che Dante era un tipo in gamba, si diede da fare in tal senso.
In primo luogo, fece sì che la traduzione in volgare toscano dei poeti siciliani diventasse quella ufficiale, facendo letteralmente sparire i componimenti in lingua originale siciliana. Dopo di che scrisse  degli importanti trattati, in cui spiegò per filo e per segno come si doveva scrivere in volgare, ipotizzando la nascita in un volgare che fosse
  •  illustre ovvero importante
  •  cardinale, con delle basi tali grammaticali e linguistiche da superare tutti gli altri volgari e diventare il loro cardine, ovvero il loro punto di riferimento
  •   regale perchè se ci fosse stato un re d'Italia avrebbe usato quella lingua alla sua corte
  • curiale perchè doveva essere degno di essere parlato anche in luoghi importanti come le chiese e i tribunali.
Questo fantomatico volgare però somigliava tantissimo a quello  fiorentino!
Dante di fatto proclamava e giustificava con validissime motivazioni la superiorità del toscano e del fiorentino rispetto a tutti gli altri volgari, e per consacrarlo ancora di più spiegò dettagliatamente come dovevano essere scritte le poesie d'amore, e diede un nome alla sua maniera di scrittura e a quella dei suoi seguaci: il DOLCE STIL NOVO. Questo dolce e nuovo stile di scrittura trasformava quindi le donne in angeli, e contrapponeva il volgare toscano, elegante e leggiadro, a quello siciliano, aspro e difficile.
Il dolce stile di Dante e dei suoi amici fece così tanto tendenza che ebbe anche dei poeti che vi si opponevano, scegliendo di raccontare l'amore con una vena comica e realistica, e anche un po' aggressiva. il più famoso di essi fu Cecco Angiolieri, che conosceva Dante molto bene, ma anche il buon Alighieri si divertì a scrivere poesie provocatorie e un po' ingiuriose.
Ancora oggi Francesco e i poeti della Scuola Siciliana sono considerati gli iniziatori della letteratura italiana, ma Dante Alighieri, con la sua audacia e genialità  ne è considerato il  vero padre, nonchè l'inventore dell'italiano, una lingua che, modellata dal grandissimo poeta usando come base il dialetto di Firenze,  spiegata in tutte le sue sfaccettature nei trattati di Dante, scritti sia in latino che in volgare, sarà consacrata a lingua letteraria nazionale soprattutto grazie alla sua più grande e maestosa opera: LA DIVINA COMMEDIA.
Ecco perchè ancora oggi non possiamo fare a meno di notare che l'italiano non è altro che un dialetto come gli altri (il fiorentino appunto) ma un dialetto che, "con i giusti agganci", ha fatto carriera, diventando la lingua di tutti.
Letizia Magro

lunedì 15 dicembre 2014

giovedì 11 dicembre 2014

Diario di bordo del Patatè del 7 dicembre 2014 - In tutte le migliori famiglie...

In tutte le migliori famiglie si instaurano dei momenti di riflessione, per cercare di analizzare quali sono i punti deboli del percorso che si sta affrontando, e impegnarsi per migliorare o modificare le strategie che si sono adottate, e che forse, sono risultate poco efficaci...
Sembra un discorso ospedaliero, ma la verità è che è un po' difficile metaforizzare cosa è successo nella seconda riunione del Patatè, avvenuta lo scorso 7 dicembre...qualche defezione giustificata (il 7 dicembre è pur sempre vigilia di festa...), qualche promessa non mantenuta, qualche faccia nuova interrogativa e incuriosita...e un serpeggiante sussurrio, che palesava un piccolo doloroso fallimento: quasi nessuno aveva letto il suo classico... Gli elementi c'erano tutti per smontare baracche e burattini e tornare indietro, al porto dal quale questa piccola avventura è cominciata...ma sarebbe stato uno sbaglio: meglio sedersi tutti attorno ad un tavolo e porci delle domande, rischiando di andare un po' fuori tema, ma cercando di chiarirci le idee sul perchè di quello che, fino a questo momento, potrebbe sembrare "un fiasco".
Di fatto abbiamo divagato, e parecchio, complici anche le new entry incuriosite dalla nostra iniziativa; abbiamo fantasticato colorando i nostri interrogativi di "Se", di "Forse" e di "Ma", ma poi abbiamo magicamente ritrovato la nostra bussola ponendoci forse la più scontata ma anche la più necessaria delle domande: "Perché i classici che avevamo proposto, brevi e non particolarmente impegnativi, non sono stati letti o riletti dai presenti? Perché ci siamo bloccati davanti alle loro vetuste e affascinanti pagine?"
È venuta fori una piccola grande verità, che era in fondo quella che speravamo di scardinare: queste pagine fanno un po' paura, la parola classico fa un po' paura, quasi fosse sinonimo di auctoritas sulla quale non si ha il diritto di divagare e di sognare, perchè quelle pagine sono state indagate, scandagliate, interpretate e quasi denudate da critici su critici, per cui il nostro pensiero e più ininfluente di una goccia d'acqua che scivola isolata nel mare.
Fuori dalla scuola e dall'accademia il classico non serve a nulla, su di lui è stato detto e scritto tutto, e quel TUTTO, sintetizzato nei manuali di scuola o peggio nei deliri di qualche accademico,  per una persona di cultura media è servito per farsi interrogare o per svolgere un esame durante la sua carriera scolastica.
È vero, il classico non serve a nulla, non ha una funzione pratica, e questa sua presunta inutilità è stata duramente accentuata dal sistema scolastico e accademico. Perché scuola ed università sono fatte da esseri umani, e gli esseri umani talvolta smarriscono il senso della bellezza perdendosi dietro al nozionismo altrui...eppure quella bellezza è sempre là, e basta poco per riappropriarsene: una lettura ingenua e senza pregiudizi, che metta al centro le emozioni che suscita un libro hic et nunc...senza pensare che quelle pagine le ha scritte Kafka, Puskin o Voltaire. Ci piacerebbe che succedesse questo, non pretendiamo di fare i professori o i critici accademici... vogliamo essere liberi pensatori che in queste prime tappe del nostro viaggio, riscoprono senza vincoli, e in un'atmosfera calda e amichevole,  alcune pagine definite classiche perché hanno superato le barriere del tempo, racchiudendo in sè stesse delle emozioni infinite e sempre vive, che hanno bisogno di noi, e della nostra serena ingenuità per continuare a vibrare, e non devono cristallizzarsi nella furia intellettualoide della critica strutturata e strutturante...
Ci penseremo su, forse ci inventeremo una gara...ma non molleremo...questa pagina del diario di bordo non sarà quindi l'ultima del nostro viaggio, che non è certamente semplice...ma che vuole approdare a qualcosa di bello...
Alla prossima amici!

L.M.


lunedì 10 novembre 2014

Diario di bordo del Patatè del 9 novembre 2014

Il 9 novembre 2014, presso la sede del Piccolo teatro Patafisico di Palermo, si è costituito il gruppo dei Patatè letterari: uno spazio fisico e intellettuale di condivisione, i cui partecipanti, mettendo insieme suggestioni ed emozioni davanti a una tazza di buon thè,  hanno deciso di intraprendere insieme un percorso di lettura creativa.
«Eccoci davanti ad uno dei soliti, banali e noiosi circoli di lettura, che vogliono darsi un tono con appellativi accattivanti ma poco convincenti...» Lettore, ti ho sentito e riesco anche ad interpretare i tuoi dubbi e le ragioni del tuo diniego: pensi che la lettura sia un'esperienza intima che non va necessariamente condivisa, trovi che riunirsi a parlare di lettura sia un passatempo un po' snob se serve unicamente a mettere in mostra una qual mania citazionista che ha del dozzinale; beh, certamente tali pensieri non ti hanno fatto desistere dall'aprire questa pagina e dal cominciare a leggere, quindi, ora che ti ho smascherato non provare a fermarti, soddisfa a pieno la tua curiosità leggendo questo resoconto, magari alla fine cambierai idea...e la prossima volta sarai dei nostri anche tu...
Dunque, abbiamo intrapreso un percorso, che, come tutti i bei viaggi che approderanno ad una qualche meta, deve essere documentato: un gruppo di amici, alcuni non lo erano ma,  da ieri, lo sono diventati (anche se, magari, ancora non lo sanno) le luci soffuse, nessun diaframma e una (non) domanda per iniziare: Noi e i libri.
Inutile in questa sede citare titoli, più costruttivo riportare le suggestioni che ci hanno accompagnato e che hanno segnato la prima tappa del nostro viaggio: abbiamo stabilito che a livello emotivo non può esistere IL libro che ci ha cambiato la vita, e ci ha trasformato in lettori, sebbene possa esistere a livello storico, quello sì, ma diciamolo pure, non è così importante...
Molto più importante è il rapporto totalizzante che abbiamo sviluppato con I libri, non privo di un carattere fortemente erotico e passionale, che in determinati periodi della vita può anche essere incontrollabile ma che è fondamentale e bruciante...
Amore per le parole, per il modo in cui sono tessute insieme (testo- textus) , in quella magia evocativo - descrittiva fatta di significati profondi nascosti e palesati nei suoni, nei colori e nei sapori evocati in ciascun libro in modo diverso e unico: e non stiamo parlando necessariamente di classici o  di libri che andrebbero riletti, analizzati, contestualizzati o decontestualizzati, ci sono racconti che leggeremo svariate volte nella nostra vita, e storie che rimarranno lì, fisse nel ricordo di un momento particolare e non le rivedremo mai più... tuttavia nessuna citazione è veramente necessaria, ogni testo (se letto con cuore innamorato) lascia un'impronta più o meno profonda, ci impressiona come pellicole fotografiche e resta in noi...  I libri SIAMO noi, noi siamo il loro sangue (lo diceva il buon Nietzsche) ascoltare una citazione comodamente seduti al tavolino, ha confermato questa anaforica (violenta e sanguigna) impressione.
Sia ben chiaro, proprio perchè eravamo tra amici, vecchi, nuovi e presunti, questa scoperta si è svolta in modo naturale, con qualche distrazione e naturale obiezione, intervallata da fresche risate neonate e da battute divertite e disincantate...non è stato forse in primo passo di una creazione? Abbiamo confermato di amare in modo fisico la lettura, di non considerarla fine a se stessa, di non ridurla ad un banale atteggiamento cumulativo ("Io di libri ne ho letti un sacco e tu nooo!!!!" "Io ho un taccuino in cui appunto i titoli di tutti i  libri che ho  letto!"), nè tantomeno citazionista...e abbiamo cominciato a scavare un solco orizzontale da seguire, inseguire e seminare... un mese di tempo per (ri)scoprire un classico (UNO SOLO, E ANCHE BREVE) internazionale, uno di quelli che ci sciroppavano a scuola...cinque titoli da sorteggiare (sì sorteggiare, per giocare un po') uno per ciascuno (per provare a formare cinque gruppi omogenei nella loro naturale disomogeneità): RUSSIA Puskin La figlia del capitano, AREA ISPANICA G. García Marquez  L'amore ai tempi del colera, FRANCIA  Voltaire Candido,  INGHILTERRA G. Orwell  La fattoria degli animali, AREA MITTELEUROPEA F. Kafka,  la Metamorfosi.
La nostra riunione si è sciolta così, con un impegno e un sorriso; nel mezzo della lettura indicheremo anche qualche suggestione da seguire per rispondere a due semplici domande, che ci permetteranno di continuare a costruirci come lettori creativi...(ci perdonino i libertini, ma per costruire un percorso, qualche paletto lo dobbiamo pur porre...)
Buona lettura o rilettura amici, ci vediamo il 7 dicembre...
E a te, scettico curioso lettore di questo diario di bordo non mi resta che dire: benvenuto, se vorrai unirti a noi...sappi che ti aspettiamo, saremo tra amici!
Un caro saluto

L.M.
Per saperne di più  https://www.facebook.com/groups/patateletterari/

lunedì 8 settembre 2014

La trilogia delle Cinquanta sfumature ovvero: Anastasia Steele e Christian Grey,storia di una Cenerentola erotica e del suo principe (azzurro?)

...Una "stroncatura" scontata...

             Avevo promesso a me stessa e alla mia biblioteca personale che non avrei mai acquistato la trilogia delle  Cinquanta sfumature ideata dalla signora James, tuttavia tale proposito non equivaleva al rifiuto categorico di leggerla, e dal momento che nell'era del digitale è diventato semplice procurarsi senza spreco di carta e denaro un libro in formato pdf o in e-pub, specialmente quando si tratta di un prodotto di consumo su larga scala, ho deciso di accettare la graziosa e androidiana  compagnia di Anastasia Steele e di Christian Grey le cui vicende si sono dipanate, per un periodo di tre settimane, sul display del mio smartphone...
«Che orrore!» Potrà subito nicchiare qualche intellettuale puritano ( più che altro di sesso maschile) amante della bella (e soprattutto della vera) letteratura, «sprecare il proprio prezioso tempo dietro un romanzo bollato come "romantico-erotico" che di letterario - almeno a prima vista, ma, oserei dire,  anche a seconda - non ha proprio nulla...» Posso subito affermare con certezza che non credo di aver perso tempo, mi sono solo presa una pausa dalle letture impegnate per analizzare quello che è di fatto diventato un fenomeno, se non proprio letterario, almeno mediatico, sapendo di possedere freddezza e strumenti critici a sufficienza per poter esprimere un giudizio obiettivo, oltretutto la dematerializzazione offertami dal sistema android, mi ha fatto scoprire  (e apprezzare)  una maniera  di lettura più snella e senza pretese, che si è rivelata perfettamente funzionale a questo genere di romanzetti.
              Ci sono volute tre settimane, ma a dirla tutta, ci si potrebbe mettere anche meno tempo: La storia di Anastasia Steele e Chistian Grey è di fatto un'elegante accozzaglia di luoghi comuni fiabeschi  sapientemente cuciti  dall'autrice, che irretiscono con facilità la lettrice: Anastasia è una timida e brillante  studentessa di ventuno anni, laureanda in letteratura inglese, figlia unica, appartenente a una famiglia piccolo borghese, è carina senza essere particolarmente vistosa, non è troppo romantica o sdolcinata e soprattutto non ha mai "conosciuto un uomo" biblicamente parlando. Christian è il classico giovane imprenditore rampante di bell'aspetto e maniaco del controllo, figlio adottivo di genitori benestanti e amorevoli che non sono riusciti a sanare le ferite causategli da un passato oscuro fatto di maltrattamenti, canalizzate tuttavia in una relazione con una donna più grande di lui ( che, guarda caso, si chiama Elena, sarà forse uno scontato riferimento colto ad altre sensuali figure letterarie che portano il suo stesso nome?)  la quale dai sedici ai ventuno anni di Christian, è stata il suo mentore sessuale e gli ha insegnato uno stile di vita volto alla dominazione.
Se Anastasia non ha mai avuto alcun genere di relazione sentimentale, Christian da buon protagonista maschile, bello e tormentato quale deve essere, non si è mai innamorato, ha solo avuto una sapiente formazione sessuale che si è affinata, previa firma di un regolare contratto con tanto di clausole esplicative,  con una quindicina di donne, le cosiddette "sottomesse", ovvero delle povere "disgraziate" che sono state oggetto delle più inaudite (e scontate) perversioni sadiche del fascinoso e tormentato protagonista maschile della trilogia.
         I due si incontrano per caso, si piacciono, e si innamorano pressochè immediatamente, con tutte le problematiche che questo sentimento (così inatteso?) può provocare, ovvero con un continuum di masturbazioni mentali sulla  liceità delle loro emozioni, che mandano all'aria qualsiasi contratto, e che fra alti e bassi li porterà all'happy end con tanto di prole al seguito.
Una storia che si divide in tre tomi, ma che di fatto si consuma in meno di cinque mesi, in cui l'educazione sessuale di Anastasia la fa chiaramente da padrona: il sesso "alla vaniglia" ovvero quello praticato da più della metà dei comuni mortali, con tutte le sue posizioni più classiche, è declinato in pressoché tutti i capitoli dei tre romanzi, con dovizia di particolari, a questo si aggiungono delle brevi e ben poco folgoranti esplorazioni del sesso estremo, anch'esse particolarmente scontate nel loro supposto estremismo strumentale (bende, lacci, frustini e giocattolini vari che non impressionano un granché). Fa da contraltare alla singolare educazione di questa cenerentola erotica, quella del principe (azzurro?) Christian, maestro del piacere iniziato all'amore, con tutti i turbamenti che questo comporta, i quali sono (ovviamente) psicanalizzati dietro le quinte dal suo "strizzacervelli" di fiducia: il buon dottor Flynn.
         Di fatto la scorrevolezza della trilogia non è data tanto da fattori di immedesimazione con il personaggio femminile, seppure il fatto che sia Anastasia a raccontare la sua storia in presa diretta (il narratore interno e autobiografico è proprio una furbata) rappresenti un chiaro segnale mediatico di chi siano le destinatarie di quest' opera. Lo scopo è piuttosto quello della comunione simpatetica con entrambi i protagonisti: insomma ci troviamo nella testa e nel corpo "sempre pronto" di Anastasia, ma manipoliamo i sentimenti e le fragilità  del buon Christian, che, innamorato cotto qual è, fa quasi tenerezza nei tentativi di  archiviare il suo passato  di bambino abusato e di intoccabile Dominatore (dove con la parola "dominatore" si intende "uomo che, previo regolare contratto, compie prodezze sessuali, senza farsi coinvolgere da alcun sentimento e senza farsi sfiorare con un dito") e di canalizzare ciò che prova non solo nelle sue fantomatiche erezioni, ma nella vita di tutti i giorni, costellata di una serie di sconcertanti "prime volte". Inoltre, essendo ricco sfondato, le sue esternazioni corrispondono necessariamente al suo stile di vita: quindi via libera ai regali costosi, alla possibilità di raggiungere Anastasia in qualsiasi posto si trovi grazie ai potenti mezzi di trasporto a sua disposizione  e a una plateale proposta di matrimonio che si materializza dopo poco più (o poco meno) di un mese di conoscenza.
...e una riabilitazione (?)...

          Osservando attentamente la trilogia di  Cinquanta sfumature  è possibile cogliere alcune costanti che ne garantiscono la leggibilità mantenendo alto il livello di suspense e garantendo un affidabile patto narrativo con i lettori.

     Nessuna necessità di ritornare indietro: Lo stile di scrittura della James fonde il linguaggio dei romanzi rosa  di alto consumo (Harmony, per intenderci) con un forte intento iconografico che indugia nei particolari, per cui i nodi narrativi della vicenda si imprimono con facilità nella mente dei lettori; inoltre l'inserimento della scrittura epistolare che si esplica nello scambio  di e-mail e di sms dei due protagonisti, offre una precisa scansione temporale della storia, oltre ad essere un ottimo artificio straniante che permette di indagare (in modo molto tradizionale) gli stati d'animo di entrambi i protagonisti.

       Riferimenti letterari espliciti: Abbiamo già accennato alla  singolare questione onomastica che vuole che l'antagonista femminile per eccellenza di Anastasia si chiami Elena, come la più famosa delle seduttrici letterarie(e del resto anche il suo soprannome "Mrs Robinson" fa riferimento a un film culto per quanto concerne la seduzione, ovvero Il laureato); anche Jack Hyde porta un cognome che vuole enfatizzarne la natura perversa  (come non pensare a Dottor Jekyll e Mr Hyde?)  Anastasia ha invece il nome della principessa Romanov protagonista dell'omonimo film Disney, e  il nome "Christian" ha in sé una chiara nota di filantropia. Inoltre la protagonista è una studiosa di letteratura inglese, e il più volte citato romanzo di Tomas Hardy  Tess dei d'Urbervilles  funge da cartina al tornasole della sua vicenda.
      
      Questione di tempi: Abbiamo già accennato al fatto che la vicenda si consuma in un lasso di tempo relativamente breve, come del resto succede in tutte le migliori fiabe, il tempo della storia di fatto si dilata in quanto osservato dal punto di vista della protagonista che assapora e riporta minuziosamente le sue esperienze, con un andamento narrativo talvolta sfiancante  (che "eleva l'ordinario allo straordinario", per dirla con le parole della protagonista), specialmente quando si sofferma sulle sue esperienze sessuali, che sembrano eccessive anche per quanto riguarda il loro numero, ma che se collocate  nel fiorire di un nuovo rapporto sentimentale, perdono qualsiasi eccezionalità.

       Il lato oscuro non esiste: Christian Grey  è il protagonista maschile di una saga che vuole essere soprattutto romantica, per cui ogni sua perversione deve essere giustificabile e perdonabile:non si fa toccare perchè da bambino è stato maltrattato, la sua educazione sessual-sentimentale è stata compiuta da una figura materna che ha quindi abusato di lui senza il suo reale consenso, in caso di necessità le sue ex sottomesse hanno goduto del suo aiuto e della sua protezione anche dopo lo scioglimento del contratto.
Di fatto Christian è ricco ed è un filantropo, spende i suoi soldi per soddisfare ogni sua  esigenza, anche la più frivola  e nello stesso tempo destina molti dei suoi averi per la realizzazione di progetti ecosostenibili e per aiutare le popolazioni di paesi più sfortunati. Una figura del genere è in realtà priva di lati oscuri, e le cinquanta sfumature di cui si vanta sono più che altro di natura umorale. Inoltre il suo innamoramento adolescenziale per Anastasia lo rende ancora più simpatico al lettore per la sua palese incapacità di dosare le emozioni. Da questo punto di vista è molto interessante la conclusione di  Cinquanta sfumature di rosso,  in cui la James riscrive il primo capitolo della trilogia avvalendosi del punto di vista di Christian: attraverso questa lettura incrociata si recuperano di fatto alcuni aspetti caratteriali di questo contemporaneo principe azzurro (o "cavaliere bianco", come lo definisce Anastasia).

         Antagonisti necessari (Propp docet): il giustificabilissimo tasso erotico di  Cinquanta sfumature di grigio,  ha bisogno di essere stemperato da qualche nota giallo-noir per cui, se nel primo libro i personaggi che creano un qualche turbamento alla protagonista sono solo dei nomi ( "Mr. Robinson" ovvero Elena Lincoln, Jack Hide, l'ex sottomessa Leila) nel secondo e nel terzo episodio della saga acquistano un certo spessore, sebbene il loro intento non sia specificamente quello di rovinare la storia di Christian e Anastasia, le antagoniste femminili  sono semplicemente delle disturbatrici adrenaliniche, Hyde è invece  un sabotatore violento,  ma anche in questo caso gli intenti dell'autrice sono chiarissimi: Leila ed Elena rappresentano la materializzazione del passato "erotico-sentimentale" di Christian nel quale Anastasia deve necessariamente specchiarsi per comprendere a pieno la sua specificità e unicità di donna amata; la crudele perversione criminale di Jack ( che oltretutto è anche lui orfano e ha vissuto per un breve periodo nella stessa famiglia affidataria di  Christian) serve a confermare la relativa onestà e purezza d'animo del protagonista maschile, a prescindere dalle sue abitudini sessuali.

       Gravidanze (im)previste: Il matrimonio lampo tra Christian e Anastasia è giustificabilissimo data la loro posizione economica la quale permette il coronamento di un sentimento che, con tutte le sue implicazioni erotiche, deve necessariamente definirsi genuino. La gravidanza della protagonista invece...è altrettanto prevedibile e auspicabile per arrivare al necessario happy end della trilogia: Anastasia dapprima dimentica di prendere la pillola anticoncezionale e poi procrastina senza neanche rendersene conto, la data dell'iniezione contraccettiva consigliatale dalla ginecologa, ma di fatto sembra che i contraccettivi non le abbiano mai fatto effetto, per cui la giovane rimane incinta praticamente subito, senza rendersene conto. La gravidanza spazza via le ultime barriere sentimentali innalzate dal buon Christian che, come da copione, in un primo momento non la prenderà bene, ma in seguito, travolto letteralmente dagli eventi che metteranno anche in pericolo la vita del suo grande e unico amore, si ravvedrà. La dimensione di coppia lascerà quindi il posto a quella familiare, con la nascita del piccolo Ted e la nuova gravidanza di Anastasia, due eventi gioiosi che coroneranno l'amore dei giovani protagonisti  lasciando tuttavia spazio alla loro intimità di coppia (anche a quella più spinta).
        
      Una fiaba per adulte: La trilogia di Mrs. James è senza alcun dubbio un prodotto commerciale di qualità relativamente mediocre (il termine "mediocre" vuole essere privo di accentuate sfumature dispregiative), ma ben strutturato; prova ne sia il fatto che  Cinquanta sfumature di grigio è diventato un film che di certo attirerà moltissimo pubblico, ma che, come tutti i riadattamenti cinematografici, non potrà riflettere a pieno le strategie narrative adottate dall'autrice. Bollare Cinquanta sfumature,  come letteratura spazzatura sarebbe estremamente semplice e anche banale: non è di fatto una vicenda che merita nessuna demonizzazione, in quanto, come crediamo di avere dimostrato, è una costruzione letteraria  che si fonda su un solido patto narrativo con suo il pubblico, fatto anche di richiami letterari necessariamente impoveriti e per certi versi volgarizzati, ma che non sono affatto trascurabili. È necessario prendere i tre libri di Cinquanta sfumature di grigio, rosso e nero, per quello che sono: una fiaba contemporanea per persone adulte (che sarà tuttavia fruita anche da un pubblico adolescente), esasperazione bibliografica del celeberrimo film di  Pretty woman, racconto di un amore sincero e privo censure, tanto impossibile quanto reale e perfino noioso e scontato; una lettura riservata prevalentemente a un pubblico femminile,  che non lascia affatto senza fiato. Può essere stuzzicante e un po' frustrante se svolta senza alcuna riflessione "metaletteraria", ma a un'attenta disamina, può anche rivelarsi un passatempo disimpegnato non privo di piccole sorprese stilistiche.


domenica 6 luglio 2014

SUL SIGNORE DEGLI ANELLI (Alcuni buoni motivi per leggere il libro di J. R. R. Tolkien pur avendo visto la trilogia di Peter Jackson)



Decidere di leggere  Il Signore degli anelli  dopo aver visto e rivisto la trilogia di Peter Jackson, potrebbe essere giudicata una scelta ridondante nonché faticosa, vista la ponderosità del capolavoro letterario di J.R. R.Tolkien.
Dopotutto l'opera cinematografica ci ha regalato una riduzione filologicamente attendibile (ovvero, un'interpretazione comunque personale) dei tre libri, gli effetti speciali hanno permesso agli spettatori di vivere esperienze che sarebbero rimaste appannaggio della loro pura immaginazione,  gli attori hanno dato il loro corpo e il loro sangue ai personaggi, facendoli agire, soffrire e gioire insieme a noi attraverso il medium del grande schermo. Il Signore degli anelli è quindi un romanzo diventato una sceneggiatura che  ha aperto la strada a tanti altri romanzi-copioni di genere affine i quali, appena pubblicati, sono diventati dei film  o delle serie fantasy.
Tuttavia si arriva subito a una chiave di volta: Molti racconti fantasy hanno avuto appena il tempo di essere pubblicati e sono stati trasformati in un prodotto visivo e commerciale, è quello che è successo anche ai romanzi di Harry Potter, sebbene in tal caso l'intento della saga letteraria fosse squisitamente educativo, e questo elemento si è riversato anche nei film ispirati al maghetto. La letteratura fantasy contemporanea è insomma un prodotto che aspira alla riduzione cinematografica essendo carica di creature sempre più strane e bisognose di effetti speciali sempre più raffinati  per prendere vita.
 Il Signore degli anelli  è stato concepito più di sessant'anni fa, ed è innanzitutto una sapiente costruzione letteraria che interseca tra loro  temi fiabeschi, motivi ispirati alle saghe nordiche e valori esemplari dell'epica classica, cuciti con acribia filologica, geografica  e storiografica tale da permettere all'autore di inventare e rappresentare con realistica puntualità  luoghi, ere e linguaggi. Questo è forse l'elemento meno interessante per il pubblico di massa, ma è tuttavia  inconfutabile  il fascino che emana nei lettori più attenti e bendisposti: mappe, alfabeti, pronunce, periodi storici ed alberi genealogici inesistenti eppure documentati e ricostruiti in accurate cronologie in appendice ai tre (ovvero sei) libri di questa saga il quale scopo è chiaramente quello di una manzoniana verosimiglianza alla rovescia: i farri appartenenti alla dimensione fantastica  diventano  più reali della realtà stessa anche in forza dei fanta-documenti che ne danno testimonianza.
La dimensione epica del racconto è certamente quella che si coglie meglio attraverso la lettura  del Signore degli anelli: il valore del canto e delle storie è più volte riaffermato nelle pagine del romanzo di Tolkien, Gli Ent elencano i nomi delle creature della terra di mezzo per mezzo di lunghi poemi, il gioioso personaggio, unicamente letterario e senza tempo, di Tom Bombadil, vive cantando e ridendo, insensibile alla seduzione di qualsiasi forma di male,  Bilbo è un compositore di canzoni, e ha scritto  il libro delle sue avventure che sarà continuato da Frodo e portato a compimento da Sam, e ogni creatura della terra di mezzo vive di racconti e di canti istoriati che conservano e celebrano vicende passate e presenti. Tutti appartengono ad una storia e le grandi storie non hanno mai fine; sono riflessioni del saggio Sam che rimbalzano anche sulle labbra di Frodo e Pipino, e il canto scioglie le tensioni e sublima le sofferenze nel sorriso.
Quel sorriso, che insieme alla risata pura e schietta, si oppone al male e lo sconfigge, umanizzazione della luce che si oppone alle tenebre: il suono, singolare in un campo di battaglia, della risata di Eowyn davanti al Re Stregone poco prima di sconfiggerlo ne è un chiaro esempio, come anche lo sono le risate di Merry e Pipino davanti alle rovine di Isengard quando si riuniscono finalmente ai membri della compagnia dell' Anello, e ancora è la risata di Gandalf  a rianimare  Sam e a provocare il suo pianto liberatorio (seguito anch'esso da una risata) quando si risveglia al termine della sua avventura e si rende conto di non aver sognato ma di essere riuscito nella sua impresa insieme all'amico Frodo.
Anche l'esemplarità dei personaggi è più marcata nelle pagine del Signore degli anelli rispetto al film: tutti gli  Hobbit sono “dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari”, sebbene poi ciascuno mostri delle sfumature caratteriali e comportamentali proprie (Sam è il saggio coraggioso, Frodo è la vittima sacrificale incompresa, Merry e Pipino sono degli Hobbit combattenti);  Aragorn è l'impavido e salvifico re  "amato dal mondo" che in un certo senso si oppone prima a Boromir l'impetuoso e poi al fratello di lui Faramir, il quale è invece un personaggio riflessivo, sensibile e coraggioso; Gandalf è il sapiente cercatore, Gimli e Legolas sono gli amici che si completano nonostante le differenze che li caratterizzano; Arwen è la Stella del vespro che si contrappone alla luce del mattino di Galabriel;  Eowyn è la donna guerriera che soffre ama e combatte; lo stesso Gollum è una creatura divisa a metà vittima dell'anello, memore del passato sereno di Smaegol, alter ego esasperato di Frodo.
Questi sono solo alcuni degli elementi esemplari del romanzo che i film cercano di trasmettere ma che perdono molto nella resa visiva. Leggere  Il Signore degli anelli  essendo già a conoscenza della sua trama cinematografica permette innanzitutto di recuperare questi aspetti e di scoprire  delle sottili trame  che la celluloide ha dovuto necessariamente bandire ma che sono delle portatrici di significati profondi e degni di essere riscoperti proprio attraverso la lettura: la lotta tra il bene è il male è anche lotta tra le diverse forme di male, quello assoluto e quello più umano che non possono affatto conciliarsi; il motivo della quête (ricerca) e del nostos ( il viaggio di ritorno) si intrecciano indissolubilmente con il polemos (la guerra) che continua oltre la missione dell'anello per la pacificazione della Contea.
La lettura permette inoltre di dare il nostro sangue ai personaggi e di farli rivivere secondo la nostra personale prospettiva, e l'epos tolkieniano si presta ad essere interiorizzato e rivissuto dal lettore attivando la sua naturale empàtheia immaginativa.
"Le grandi storie non conoscono fine", perchè gli scrittori hanno profuso in esse la loro sapienza costruttiva ed emozionale ma anche perchè i lettori hanno la facoltà di non farle morire. Non è un caso che il piccolo Bastian, protagonista della trasposizione cinematografica di un altro grandissimo romanzo fantasy portatore di diversi livelli di significato qual è La storia infinita  di Michael Ende, citi tra i romanzi che ha letto proprio Il Signore degli anelli,  è infatti anch'esso una storia infinita, a livello narrativo, interpretativo, ed esperienziale: il lettore  può tornare indietro e rileggere una pagina cogliendone molteplici significati, se ne possono apprezzare le vibrazioni  liriche e i chiaroscuri  in versi e in prosa che si fondono con la narrazione, e ogni vicenda, nella sua verosimiglianza capovolta può sovrapporsi alla nostra storia personale e sociale e  alle storie di tutti i tempi.
Un ultimo valido motivo per leggere Il Signore degli anelli  è senz'altro la sua inconfutabile bellezza, che ne fa un classico, e che svelandosi pagina dopo pagina, vince gli indugi suscitati nei lettori dallo spessore delle sue pagine, ed emoziona con le descrizioni che indugiano nei particolari e i paragoni pittorici di un tipo di scrittura che oggi sembra non esistere più, ma che continua a far vibrare e a tenere desti gli animi.

giovedì 1 maggio 2014

Una saga fantagalattica e demenziale che spiega la complessità dell’Universo: La guida galattica per gli autostoppisti.

Cosa succederebbe se la Terra fosse distrutta da un’astronave aliena per far posto ad una superstrada galattica? E’ questo che raccontano i cinque episodi della Guida galattica per gli autostoppisti,  epopea fantagalattica scritta da Douglas Noel Adams tra il 1979 e il 1984 e pubblicata nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori.
La saga vede protagonisti il terrestre Arthur Dent, che si salva dalla terribile tragedia della fine del modo con l’aiuto di Ford Prefect, un alieno, esperto autostoppista galattico, che abita sulla Terra da 15 anni e si occupa dell’aggiornamento della Guida galattica per autostoppisti. I due sgangherati amici intraprendono uno straordinario viaggio nell’universo spazio-temporale, insieme al presidente della galassia, il bicefalo Zaphod Beeblebrox, alla terreste Trillian, e al super intelligente (e super depresso) robot Marvin.
I cinque episodi della saga (Guida galattica per gli autostoppisti, Ristorante al termine dell’Universo; La vita, l’universo e tutto quanto; Addio, e grazie per tutto il pesce; Praticamente innocuo)  si snodano tutti (in maniera non omogenea) intorno a questi cinque personaggi, sebbene siano soprattutto Arthur e Ford i due grandi protagonisti di questa vicenda paradossale.
Pur essendo stata pubblicata più di trent’anni fa la  Guida  si confronta con temi di straordinaria attualità come l’asservimento dell’uomo alle macchine, la ricerca del significato dell’universo, il relativismo spazio-temporale che porta ad ipotizzare non solo l’esistenza di altri mondi ma anche di dimensioni alternative in cui uno stesso pianeta acquista forme differenti. L’uomo, abitante di un pianeta “Praticamente innocuo” (come lo definisce tristemente la Guida) si confronta con un Universo complesso e confuso (Un “gran casino generale”) e scopre di non esserne il centro, del resto l’antropocentrismo è smentito dalla scoperta che sono i topi gli esseri più intelligenti della Terra, seguiti dai delfini!
Douglas Adams ha costruito una storia avvincente e demenziale, talvolta irritante nella sua lucida irrazionalità, che tuttavia rappresenta  l’incomprensibilità dell’Universo con leggerezza e profondità. Il ritmo della vicenda, rapido e scoppiettante nel primo episodio della saga, si fa  un po’più lento in Ristorante al termine dell’Universo,  in cui l’elemento riflessivo e speculativo fa parte a sé, non agglutinandosi all’azione.
Ma sono le guerre di Krikkit, ne  La vita, l’universo e tutto quanto, a costituire il cuore di questa epopea, il pianeta Krikkit è infatti una metafora della Terra, un mondo egocosmico, falsamente ecologista, che aspira a distruggere tutti gli altri pianeti dell’universo. Ma ancora una volta Arthur e Ford riusciranno a salvare la galassia, grazie all’aiuto del robot Marvin, protagonista di uno spassosissimo dialogo con un materasso sul pianeta Sconchiglioso Z.
Ma, alla fine, questa Terra sarà stata distrutta davvero? Allora come mai Arthur, che fra un’avventura e l’altra ha anche imparato a volare,  si ritrova a casa sua in  Addio e grazie per tutto il pesce ? e soprattutto; che fine hanno fatto i delfini? Che sia stato tutto un sogno? Considerato che Arthur ha trovato l’amore, ma che questo amore ha qualcosa di strano (come del resto è strano un singolare oggetto di vetro che qualcuno, non si sa chi, gli ha regalato) , è un po’ difficile credere che tutte le sue sgangherate avventure siano state frutto di un lungo sogno…è molto più probabile che l’asse della probabilità, con i suoi squilibri spazio temporali gli abbia giocato qualche brutto scherzo, come ad esempio quello di fargli avere una figlia proprio con Trillian (una bambina chiamata Casualità, in  Praticamente innocuo), mentre in un’altra dimensione la stessa Trillian si strugge per non aver seguito Zaphod nello spazio e cerca di sfondare come giornalista…
Fra l’altro, la casa editrice che distribuisce la guida galattica per gli autostoppisti vorrebbe mutarne la struttura e  modificare la fetta di mercato a cui si rivolge, facendo scrivere a Ford Prefect solo recensioni sui ristoranti.
La guida galattica per gli autostoppisti ha una trama coinvolgente e complicata, che tuttavia conosce anche dei momenti di debolezza e che può diventare irritante per l’irriverenza con cui si confronta con quelli che noi consideriamo dei problemi di vitale importanza.
Eppure questa avventura paradossale  si rivela sconcertante perché le risposte che ci fornisce sono plausibili, acute ed incredibilmente credibili, anche quando appaiono a prima vista incomprensibili, ma del resto il messaggio che appare sullo schermo della guida quando si attiva parla chiaro, confortandoci e orientandoci in questa (Allegra? Babelica? Galattica?) confusione : NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO. Un suggerimento che non possiamo non tener presente.