venerdì 20 settembre 2013


Gabriele d'Annunzio: riscoprendo Il Piacere  nella  lettura



Confrontarsi con i propri padri, intellettuali o biologici che siano, è sempre un'esperienza scomoda ma necessaria. Se il padre in questione si chiama Gabriele d'Annunzio l'empasse si fa più scoperta e fastidiosa, perché d'Annunzio è uno di quegli scrittori-auctores-artisti che pesano sempre e comunque sulla nostra formazione scolastica e umana, e in modo nettamente negativo o positivo. 
Con lui non esistono mezze misure: affascina o infastidisce e, nelle scuole come nelle accademie, la sua figura e la sua opera sono una sorta di passaggio obbligato che introduce nel Novecento letterario italiano e che proprio per questo non può essere evitato: è necessario attraversarlo come hanno fatto, in modo differente eppure affine, Guido Gozzano[1] ed Eugenio Montale[2], e riconoscersi portatori della sua eredità nel bene e nel male, come scrittori e come lettori.
Per cui, non ci si può esimere dall'affermare che d'Annunzio è un autore scomodo, come lo sono tutti gli auctores-patres di qualsiasi letteratura, ma rimane un padre. Nel  Ricordo - racconto  del 1946 di Umberto Saba intitolato Il Bianco Immacolato Signore, è possibile osservarne un singolare ritratto genitoriale risalente proprio ai primi del Novecento; attraverso gli occhi del figlio Gabriellino e di Saba, l'autore è di fatto rappresentato come un padre egocentrico e vanesio, troppo occupato a fare il letterato e il maschio, per poter essere anche un genitore. Per questo motivo adotta con il figlio un atteggiamento molto all’avanguardia, allontanandolo da casa dopo avergli fornito una sostanziosa, e notevolmente diseducativa, “paghetta”:

I suoi figli non provavano, ad abitare la casa del padre, la stessa beatitudine, lo stesso senso di continua attesa che provavo io. E fu  tutto allegro che Gabriellino mi annunciò che, per il giorno seguente, suo padre ci dava vacanza: non voleva, per tutto quel giorno, averci fra i piedi. Doveva, come tutti i giovedì, “ricevere una visita”. Mi mostrò anche cinquanta lire – somma enorme per i tempi – che suo padre gli aveva date perché pranzassimo e cenassimo fuori[…]. «Mio padre» commentò, con una punta d'ironia «è sempre magnifico».[3]
In questo senso d'Annunzio conferma, anche nella dimensione privata, una certa mancanza di onestà letteraria, uno degli atteggiamenti che, nel centotrentesimo anniversario della sua nascita, può essergli (forse) ancora rimproverato.
Eppure, la sua scomoda paternità non è così negativa e vanesia, seppur profondamente segnata da panismi, superomismi e da un' esasperata virilità; la lettura di uno dei suoi più celebri romanzi Il Piacere, composto nel 1889, conferma i meriti di questo controverso padre del simbolismo e della letteratura italiana del Novecento.
Il Piacere è un romanzo ambiguo, che chiunque abbia svolto un percorso scolastico più o meno ortodosso[4] crede di conoscere, ma che non tutti hanno scelto di leggere fino in fondo, a mente fredda e con la curiosità di osservarne i meccanismi narrativi.
Il Piacere è il romanzo dell'arte per l'arte e della sua opulenta onnipotenza (falsa e fallace):

Il verso è tutto. Nella imitazione della Natura nessuno istrumento d'arte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile,  fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile d'un fluido, più vibrante di una corda, più luminoso d'una gemma, più fragrante d'un fiore, più tagliente d'una spada, più flessibile d'un virgulto, più  carezzevole d'un murmure, più terribile d'un tuono, il verso è tutto e può  tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; può avere dimensioni d'eternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, l’oltremirabile; può inebriare come vino, rapire come un’estasi; può nel tempo medesimo possedere il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l'Assoluto.[5]

In queste parole è in buona parte racchiusa l'essenza del romanzo, esse esprimono infatti il modo di pensare e di vivere del giovane Andrea Sperelli e sono alla base della sua formazione di uomo; tuttavia il significato profondo di un testo così complesso non è certamente espresso da questo breve passo, che riprende e traduce la massima "fondamentale" data a Sperelli da suo padre: " Bisogna  fare  la propria vita, come si fa un'opera d'arte",[6] e che rilegge l' Isotteo dello stesso d'Annunzio facendolo diventare flusso di pensiero.
Questo è invece un elemento di riflessione non trascurabile: Andrea rielabora non tanto il pensiero di d'Annunzio quanto piuttosto le sue opere, insieme a quelle di altri scrittori e artisti, attraverso il meccanismo della citazione e diventandone l'interprete, in un complicato gioco metaletterario.
Andrea Sperelli non è quindi soltanto un prototipo del Dandy, superficiale e inetto, che sconterà amaramente la sua provocatoria fatuità alimentata dal desiderio; è innanzitutto un giovane uomo, nobile e benestante, che vive e ama nella belle epoque  romana, facendosi interprete sofisticato dei suoi codici di comportamento, a discapito dell'autenticità dei propri sentimenti.
Andrea ha amato sinceramente e perdutamente Elena Muti che ha conosciuto quando questa è rimasta vedova del suo primo marito; e la scrupolosità con cui d'Annunzio gli fa rievocare i momenti salienti della loro storia ne è la prova più stringente: i ricordi sono vividi e densi di eros che si trasfonde negli oggetti di Palazzo Zuccari, nei giochi di luce e di ombre che provengono dalle finestre del salotto in cui egli attende la sua donna, nell'odore e nel colore delle rose amate e torturate dalla bella Elena, in tal senso la descrizione di una preziosa coperta che diventa per la donna giocondo strumento erotico è parecchio significativa:

Tra le cose più preziose possedute da Andrea Sperelli era una coperta di seta fina, d'un colore azzurro disfatto, intorno a cui giravano i dodici segni dello Zodiaco in ricamo, con le denominazioni Aries, Taurus, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libra, Scorpius, Arcitenens, Caper, Amphora, Pisces a caratteri gotici. Il Sole trapunto d'oro occupava il centro del cerchio; le figure degli animali, disegnate con uno stile un po' arcaico che ricordava quello de' musaici, aveva uno splendore straordinario; tutta quanta la stoffa pareva degna d'ammantare un talamo imperiale. Essa, infatti, proveniva dal corredo di Bianca MariaSforza, nipote di Ludovico il Moro; la quale andò in sposa all'imperator Massimiliano. La nudità di Elena non poteva, in verità, avere una più ricca ammantatura. Talvolta, mentre Andrea stava nell'altra stanza, ella si svestiva in furia, si distendeva nel letto, sotto la coperta mirabile; e chiamava forte l'amante. Ed a lui che accorreva ella dava imagine d'una divinità avvolta in una zona di firmamento. Anche, talvolta, volendo andare innanzi al camino, ella levavasi dal letto traendo seco la coperta. Freddolosa, si stringeva addosso la seta, con ambo le braccia; e camminava a piedi nudi, con passi brevi, per non implicarsi nelle pieghe abbondanti. Il Sole splendevale su la schiena, a traverso i capelli disciolti; lo Scorpione le prendeva una mammella; un gran lembo zodiacale strisciava dietro di lei, sul tappeto, trasportando le rose, s'ella le aveva già sparse.[7]

La passione che unisce i due giovani amanti è piena, e senza impedimenti, dal momento che Elena è libera da qualsiasi unione coniugale, eppure questa bellissima donna, più matura di Andrea di qualche anno, fisicamente perfetta, composta e studiata in ogni suo atto, non sarà mai completamente sua, accadrà semmai l'esatto contrario. Elena ( portatrice in tal senso di un nome parlante) è l'incarnazione dell'amore che si nutre di piacere e fa male, nella sua pienezza erotica, carica di verità e di affettazione, ma a ben vedere è anche la personificazione del calcolo e dell'interesse, infatti non si farà scrupoli ad abbandonare Andrea per contrarre matrimonio con un Lord inglese e mantenere il suo agiato tenore di vita.
Lo Sperelli invece è totalmente avvinto da questa passione, ha la certezza che la sua vita sia legata indissolubilmente a quella della donna:

Ambedue, mirabilmente formati nello spirito e nel corpo all'esercizio di tutti i più alti e più rari diletti, ricercavano senza tregua il Sommo, l'Insuperabile, l'Inarrivabile; e giungevano così oltre, che talvolta una oscura inquietudine li prendeva pur nel colmo dell'oblio, quasi una voce d'ammonimento salisse dal fondo dell'essere loro ad avvertirli d'un ignoto castigo, d'un termine prossimo. Dalla stanchezza medesima il desiderio risorgeva più sottile, più temerario, più imprudente; come più s'inebriavano, la chimera del loro cuore ingigantiva, s'agitava, generava nuovi sogni; parevano non trovar riposo che nello sforzo, come la fiamma non trova la vita che nella combustione. Talvolta, una fonte di piacere inopinata aprivasi dentro di loro, come balza d'un tratto una polla viva sotto le calcagna d'un uomo che vada alla ventura per l'intrico d'un bosco; ed essi vi bevevano senza misura, finché non l'avevano esausta. Talvolta, l'anima, sotto l'influsso dei desiderii, per un singolar fenomeno d'allucinazione, produceva l'imagine ingannevole d'una esistenza più larga, più libera, più forte, « oltrapiacente »; ed essi vi s'immergevano, vi godevano, vi respiravano come in una loro atmosfera natale. Le finezze e le delicatezze del sentimento e dell'imaginazione succedevano agli eccessi della sensualità.
Ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne e dello spirito. Provavano una gioia indicibile a lacerare tutti i veli, a palesare tutti i segreti, a violare tutti imisteri, a possedersi fin nel profondo, a penetrarsi, a mescolarsi, a comporre un essere solo.
- Che strano amore! - diceva Elena, ricordando i primissimi giorni, il suo male, la rapida dedizione. - Mi sarei data a te la sera stessa ch'io ti vidi.
Ella ne provava una specie d'orgoglio. E l'amante diceva:
- Quando udii, quella sera, annunziare il mio nome accanto al tuo, su la soglia, ebbi, non so perché, la certezza che la mia vita era legata alla tua, per sempre![8]

Se la passione è unica, il modo di comprenderla e interpretarla da parte dei due protagonisti è differente, per Elena è uno "strano amore" osservato in prospettiva passata, senza pensare al futuro, ma rileggendone i "primissimi giorni" insieme all'elegia romana di Goethe; Andrea invece ne percepisce e ne esprime la dimensione eterna, che tuttavia non sarà condivisa, innescando la vera trama de Il  Piacere.
La storia d'amore di Elena e Andrea è di fatto perfetta, completa e conclusa come la figura geometrica del quadrato, nella sua perfezione teatrale essa ha un inizio, uno svolgimento, e una conclusione immodificabile, che occupa buona parte del primo libro romanzo, ad essa fungono quasi da appendice le passioni sfuggenti delle quali Andrea si nutre per dimenticare Elena, studiate e consumate dal giovane senza entusiasmo, fino a sfiorare la tragedia del duello d'onore che, pur non uccidendolo, lo costringerà a una lunga convalescenza.

La convalescenza e' una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l'angoscia del male; e non mai l'anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l'uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la conscienza della vita non sono la vita. Qualche cosa è in lui più vigile del pensiero, più continua del desiderio, più potente della volontà, più profonda anche della conscienza; ed è la sostanza, la natura dell'essere suo. Comprende egli che la sua vita reale è quella, dirò così, non vissuta da lui; è il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti, istintive; è l'attività armoniosa e misteriosa della vegetazione animale; è l'impercettibile sviluppo di tutte le metamorfosi e di tutte le rinnovellazioni. Quella vita appunto in lui compie i miracoli della convalescenza: richiude le piaghe, ripara le perdite, riallaccia le trame infrante, rammenda i tessuti lacerati, ristaura i congegni degli organi, rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue, riannoda su gli occhi la benda dell'amore, rintreccia d'intorno al capo la corona de' sogni, riaccende nel cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
Dopo la mortale ferita, dopo una specie di lunga e lenta agonia, Andrea Sperelli ora a poco a poco rinasceva, quasi con un altro corpo e con un altro spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno letèo, immemore e vacua. Parevagli d'essere entrato in una forma più elementare. Il passato per la sua memoria aveva una sola lontananza, come per la vista il cielo stellato è un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian diversamente distanti. I tumulti si pacificavano, il fango scendeva dall'imo, l'anima facevasi monda; ed egli rientrava nel grembo della natura madre, sentivasi da lei maternamente infondere la bontà e la forza.[9]

L'immaginaria località marittima di Schifanoja, in cui Andrea trova ospitalità presso la villa della cugina, Donna Francesca D'Ateleta, per l'intera estate e per parte dell'autunno, è di fatto un teatro naturale, privo delle sovrastrutture dell'alta società romana, in essa il giovane passa i mesi della sua convalescenza, nutrendosi dello spettacolo della natura marina e reinterpretandola attraverso il proprio codice di comportamento: la sua purificazione è reale nella misura in cui è altrettanto reale l'adattamento che egli compie tra la sua natura e quella che lo circonda, il che si traduce in una personale lettura letteraturizzata dei paesaggi, diversi dagli ambienti cittadini e tuttavia colorati dalla sua sensibilità urbana.
Il fatto che Andrea si senta rinascere non implica che abbia modificato il suo modo di porsi davanti alle cose. Proprio in questo nuovo teatro, nello smagliante mese di settembre, quando ancora l'estate non muore completamente, seppur avvolta dai primi languori autunnali, lo coglierà una nuova delicata passione, per una donna sposata e madre di una bambina, Maria Ferres, cara amica e gradita ospite di sua cugina.
In Maria, donna dal fascino ambiguamente dolce e spirituale (come tutto spirituale è il suo nome), dai neri e folti capelli viola-acciaio, e dalla voce "bisessuale, duplice, androginica" Andrea riconosce gli accenti dell'  altra,  come d'Annunzio chiama in questa circostanza Elena Muti, senza nominarla, perchè questa scena estiva è di Maria, sebbene essa, per il  subconscio di Andrea, non sia altro che un puro e romantico surrogato, privo (apparentemente) di implicazioni sessuali. In tal modo l'amore che il giovane sente nascere in cuor suo per la bella Maria, gli appare puro e intellettuale, un sentimento quasi stilnovista:

- L'amo? Ed ella che pensa? E s'ella vien sola, le dirò io che l'amo? - Godeva interrogar sé medesimo e non rispondere e interrompere la risposta del cuore con una nuova domanda e prolungare quella fluttuazione tormentosa e deliziosa a un tempo. - No, no, io non le dirò che l'amo. Ella è sopra tutte le altre.
Si volse; e vide ancóra, in sommo, nella loggia, nel sole, la forma di lei, indistinta. Ella, forse, l'aveva seguito con gli occhi e col pensiero fin là giù, assiduamente. Per una curiosità infantile egli pronunziò a voce chiara il nome, su la terrazza solitaria; lo ripeté due o tre volte, ascoltandosi. - Maria! Maria! - Nessuna parola giammai, nessun nome eragli parso più soave, più melodioso, più carezzevole. E pensò che sarebbe stato felice s'ella gli avesse permesso di chiamarla semplicemente Maria, come una sorella. Quella creatura così spirituale ed eletta gli inspirava un senso di devozione e di sommessione, altissimo. Se gli avessero chiesto quale cosa sarebbegli stata più dolce, avrebbe risposto con sincerità: - Obedirla. - Nessuna cosa gli avrebbe fatto dolore quanto l'esser da lei creduto un uomo comune. Da nessuna altra donna, quanto da lei, avrebbe voluto essere ammirato, lodato, compreso nelle opere dell'intelligenza, nel gusto, nelle ricerche, nelle aspirazioni d'arte, negli ideali, nei sogni, nella parte più nobile del suo spirito e della sua vita. E l'ambizione sua più ardente era di riempirle il cuore.[10]

La spiritualità di Maria Ferres si contrappone quindi alla carnale sensualità della divina Elena Muti, tuttavia ciò non significa che la sua rappresentazione sia eterea ed effimera, tutt'altro. Di Elena il lettore osserva le movenze e percepisce il fascino, ma non ne conosce il pensiero, se non nella misura in cui si esplica nelle azioni della donna, Elena affascina senza essere mai pienamente afferrata nella sua essenza né da Andrea, né dal lettore, è in un certo qual modo una presenza ingombrante che riempie di sé tutte le pagine del romanzo, anche quando è assente.
 Maria è invece un personaggio femminile che D'Annunzio indaga nel profondo, andando a rovistare nelle pagine del suo diario e mostrando in tal modo ai lettori i recessi della sua anima di donna e madre, turbata e man mano conquistata dai modi di Andrea e dalla sua romantica cerebralità. Maria vive nelle sue emozioni e nei suoi punti di vista, per cui, oltre a essere personaggio a tutto tondo del Piacere, ne è attrice confusa e trasognata, anche più dello stesso Andrea.
Di fatto, attraverso le pagine del suo "Giornale intimo" la donna prende la parola nell'intera quarta parte del secondo libro, e la sua delicata femminilità temperata dalla maternità non ha nulla di insincero o artefatto. D'Annunzio si immedesima pienamente nell'animo femminile, distillandone le emozioni, scoprendone i timori e le gelosie e mimandone gli eccessi; l'autore raccoglie dalla sua penna l'episodio della dichiarazione d'amore di Andrea che ha già raccontato nella terza parte del secondo libro, in un singolare accostamento di punti di vista:

25 settembre. - Mio Dio, mio Dio!
Quando egli mi ha chiamata, con quella voce, con quel tremito, io ho creduto che il cuore mi si fosse disciolto nel petto e ch'io fossi per venir meno. - Voi non saprete mai - egli ha detto - non saprete mai fino a qual punto la mia anima è vostra.
Eravamo nel viale delle fontane. Io ascoltavo le acque. Non ho visto più nulla; non ho udito più nulla; m'è parso che tutte le cose si allontanassero e che il suolo si affondasse e che si dileguasse con loro la mia vita. Ho fatto uno sforzo sovrumano; e m'è venuto alle labbra il nome di Delfina, e m'è venuto un impeto folle di correre a lei, di fuggire, di salvarmi. Ho gridato tre volte quel nome. Negli intervalli, il mio cuore non palpitava, i miei polsi non battevano, dalla mia bocca non usciva il respiro...

26 settembre.- E vero? Non è un inganno del mio spirito fuorviato? Ma perché l'ora di ieri mi par così lontana, così irreale?
Egli parlò, di nuovo, a lungo, standomi vicino, mentre io camminava sotto gli alberi, trasognata. Sotto quali alberi? Era come s'io camminassi nelle vie segrete dell'anima mia, tra fiori nati dall'anima mia, ascoltando le parole d'uno Spirito invisibile che un tempo si fosse nutrito dell'anima mia.
Odo ancóra le parole soavi e tremende.
Egli diceva: - Io rinunzierei a tutte le promesse della vita per vivere in una piccola parte del vostro cuore...
Diceva: - ... fuor del mondo, interamente perduto nel vostro essere, per sempre, fino alla morte...
Diceva: - La pietà che mi venisse da voi mi sarebbe più cara della passione di qualunque altra...
- La sola presenza vostra visibile bastava a darmi l'ebrezza; e io la sentiva fluire nelle mie vene, come un sangue, e invadere il mio spirito, come un sentimento sovrumano...

27 settembre. - Quando, sul limite del bosco, egli colse questo fiore e me l'offerse, non lo chiamai Vita della mia vita?
Quando ripassammo pel viale delle fontane, d'innanzi a quella fontana, dove egli prima aveva parlato, non lo chiamai Vita della mia vita?
Quando tolse la ghirlanda dall'Erma e la rese a mia figlia, non mi fece intendere che la Donna inalzata ne' versi era già decaduta e che io sola, io sola ero la sua speranza? Ed io non lo chiamai Vita della mia vita?[11]

In Maria Ferres d'Annunzio mette alla prova la sua capacità di immedesimazione nel sesso femminile, e dimostra di possedere un' alta e profonda femminilità,  quell'"alta femminilità" indispensabile per essere un poeta onesto che Umberto Saba, nello scritto esegetico del 1911 Quello che resta da fare ai poeti, contrappone criticamente alla "virilità abbietta dei conquistatori e d'imperi"[12] cantata mirabilmente e discutibilmente proprio da d'Annunzio.
Maria è dunque una figura portatrice di significati metaletterari affatto trascurabili. In essa d'Annunzio non cerca certamente alcun riscatto, dà piuttosto prova di non essere solo il cantore esasperante e modaiolo del panismo e superuomo, e di sapersi adattare alla psiche e alla sensibilità femminile senza colorarla di esagerazioni; mostra quindi una sensibilità artistica e un'abilità ritrattistica che non si circoscrive certo a questo personaggio, ma che in esso trova una palese dimostrazione d'intenti.
Il terzo e il quarto libro del romanzo segnano il ritorno di Andrea alla vita romana, per cui il giovane seduttore si rituffa letteralmente nel Piacere, cercando di recuperare e di portare addirittura all'eccesso i codici comportamentali che aveva messo da parte nella cornice idilliaca di Schifanoja.
Nel momento in cui la salvifica Maria si trasferisce a Roma con la sua famiglia non può fare a meno di essere inconsapevolmente catturata nella rete di un Andrea Sperelli che ha riscoperto in se stesso l'antica passione per Elena Muti, la quale si è anch'essa trasferita nella Capitale con il marito Lord Heathfield per passarvi l'inverno.
 La divina Elena, pur provocando il suo antico amante, non ha tuttavia intenzione di concedersi nuovamente a lui, e non certo per fedeltà nei confronti del suo "Mups", che infatti tradirà proprio con un caro amico di Andrea, Galeazzo Secinaro; Elena ha perfettamente compreso che la sua parentesi di passione si è conclusa, e le sue provocazioni sono solo dei frivoli e crudeli divertimenti dettati dal suo amor proprio.
Andrea dal canto suo non riesce a darsi pace, fissandosi al ricordo di una passione che non esiste più e cercando di giocare una doppia partita in cui vuole possedere fisicamente e intellettualmente Elena e Maria, ma non si rende conto che questo gioco supera di gran lunga le sue possibilità; il giovane non accetta di arrendersi alla verità dei suoi sentimenti che lo porterebbe a una necessaria solitudine, e si scontra inevitabilmente con il cinismo di Elena che diviene crudeltà, in quello che è il loro ultimo incontro nel romanzo, avvenuto dopo che lo Sperelli è stato invitato da Lord Heathfield a visionare la sua biblioteca di rari libri erotici:

Quando Lord Heathfield si levò ed uscì, egli proruppe, con la voce roca, afferrandole un polso,      avvicinandosi a lei così da sfiorarla con l'alito veemente:
- Io perdo la ragione... Io divento folle... Ho bisogno di te, Elena... Ti voglio...
Ella liberò il polso, con un gesto superbo. Poi disse, con una terribile freddezza:
- Vi farò dare da mio marito venti franchi. Uscendo di qui, potrete sodisfarvi.
Lo Sperelli balzò in piedi, livido.
Lord Heathfield rientrando chiese:
- Ve ne andate già? Che avete mai?
E sorrise del giovine amico, poiché egli conosceva gli effetti de' suoi libri.
Lo Sperelli s'inchinò. Elena gli offerse la mano, senza scomporsi.[13]

Vittima consapevole dell'incapacità del giovane di gestire i propri sentimenti con onestà, Maria si scopre gelosa del suo passato, percepisce che quello della passione per Elena Muti è un fantasma ancora presente e pressante, ma cerca disperatamente di illudersi della sincerità dei gesti e delle parole di Andrea, preparandosi a diventare un'adultera, non solo spiritualmente ma anche fisicamente; d'Annunzio ne osserva i turbamenti di donna e li riporta sulla carta con un'  eccezionale forza espressiva e mimetica:

Da che ella aveva ceduto al desiderio di Andrea, il suo cuore si agitava in una felicità solcata d'inquietudini profonde; tutto il suo sangue cristiano s'accendeva alle voluttà della passione non mai provate e s'agghiacciava agli sbigottimenti della colpa. La sua passione era altissima, soverchiante, immensa; così fiera che spesso per lunghe ore le toglieva la memoria della figlia. Ella giungeva ad obliare Delfina, talvolta; a trascurarla! Ed aveva poi subitanei ritorni di rimorso, di pentimento, di tenerezza, in cui ella copriva di baci e di lacrime la testa della figlia attonita, singhiozzando con un dolor disperato, come sopra la testa d'una morta.
Tutto il suo essere s'affinava alla fiamma, si assottigliava, si acuiva, acquistava una sensibilità prodigiosa, una specie di lucidità oltraveggente, una facoltà divinatoria che le dava strane torture. Quasi ad ogni inganno di Andrea, ella si sentiva passare un'ombra su l'anima, provava una inquietudine indefinita che talvolta addensandosi prendeva forma d'un sospetto. E il sospetto la mordeva, le rendeva amari i baci, acre ogni carezza, finché non si dileguava sotto gli impeti e gli ardori dell' incomprensibile amante.
Ella era gelosa. La gelosia era il suo spasimo implacabile, la gelosia, non pur del presente, ma del passato. Per quella crudeltà che le persone gelose hanno contro sé stesse, ella avrebbe voluto leggere nella memoria di Andrea, scoprirne tutti i ricordi, vedere tutte le tracce segnate dalle antiche amanti, sapere, sapere. La domanda che più spesso le correva alle labbra, quando Andrea taceva, era questa: - A che pensi? - E mentre ella profferiva le tre parole, inevitabilmente l'ombra le passava negli occhi e su l'anima, inevitabilmente un flutto di tristezza le si levava dal cuore.
Anche quel giorno, all'improvviso sopraggiungere di Andrea, non aveva ella avuto in fondo a sé un istintivo moto di sospetto? Anzi un pensier lucido erale balenato nello spirito: il pensiero che Andrea venisse dalla casa di Lady Heathfield, dal palazzo Barberini.
Ella sapeva che Andrea era stato l'amante di quella donna, sapeva che quella donna si chiamava Elena, sapeva infine che quella era la Elena dell'inscrizione. « Ich lebe!... » Il distico del Goethe le squillava forte sul cuore. Quel grido lirico le dava la misura dell'amor d'Andrea per la bellissima donna. Egli doveva averla immensamente amata![14]

La stessa forza espressiva dell'autore si tempera di una lieve sardonica ironia mentre osserva lo stato d'animo di Andrea, esasperato dal gioco dissimulatorio, che si è fatto più grande di lui e lo avvince in modo sempre più forte alla povera Maria; di fatto il possesso reale di lei equivarrebbe in un certo senso a quello immaginario di Elena, e l'idea che l'improvvisa rovina al gioco del marito della Ferres, potrebbe portargli via anche l'altra sua donna rappresenta per Andrea un'eventualità insopportabile, ma reale che lo spingerà alla seduzione finale e miseramente fallita di Maria:

Andrea, dopo lo sforzo della dissimulazione, si sentiva pesare il cuore su per la scala, orribilmente. Credeva di non poterlo trascinare alla sommità. Ma egli era sicuro omai che, in seguito, il Secìnaro gli avrebbe tutto confidato; e quasi gli pareva d'aver ottenuto un vantaggio! Per una specie di ubriachezza, per una specie di follia datagli dall'eccesso della sofferenza, egli andava ciecamente incontro a torture nuove e sempre più crudeli e sempre più insensate, aggravando e complicando in mille modi le condizioni del suo spirito, passando di pervertimento in pervertimento, di aberrazione in aberrazione, di atrocità in atrocità, senza potersi più arrestare, senza avere un attimo di sosta nella caduta vertiginosa. Egli era divorato come da una febbre inestinguibile che facesse schiudere col suo calore negli oscuri abissi dell'essere tutti i germi delle abiezioni umane. Ogni pensiero, ogni sentimento portava la macchia. Egli era tutto una piaga.
Eppure, l'inganno medesimo lo legava forte alla donna ingannata. Il suo spirito erasi così stranamente adattato alla mostruosa comedia, che quasi non concepiva più altro modo di piacere, altro modo di dolore. Quella incarnazione di una donna in un'altra non era più un atto di passione esasperata ma era un'abitudine di vizio e quindi un bisogno imperioso, una necessità. E l'istrumento inconsapevole di quel vizio era divenuto quindi per lui necessario come il vizio medesimo. Per un fenomeno di depravazion sensuale, egli era quasi giunto a credere che il real possesso di Elena non gli avrebbe dato il godimento acuto e raro datogli da quel possesso imaginario. Egli era quasi giunto a non poter più separare, nell'idea di voluttà, le due donne. E come pensava diminuita la voluttà nel possesso reale dell'una, così anche sentiva tutti i suoi nervi ottusi quando, per una stanchezza dell'imaginazione, egli trovavasi innanzi alla forma reale immediata dell'altra.
Perciò egli non resse al pensiero che Maria dalla ruina di Don Manuel Ferres gli fosse tolta.[15]

La commedia di Andrea è di fatto una tragedia, in cui  Maria rappresenta l'olocausto, che sfugge impietrito all'estremo sacrificio dell'adulterio fisico perché, nel momento in cui sta per consumarsi l'unico amplesso tra i due, il giovane, in preda a un "cupo ardore", nascondendo "il viso, perdutamente, nel seno, nel collo, ne' capelli di lei, ne' guanciali" porta a compimento  l'auspicata sovrapposizione tra la figura di Elena e quella di Maria, invocando il nome del suo unico e vero amore, mentre possiede quello che ne è sempre stato un innocente, spirituale surrogato.
  Il Piacere è senza alcun dubbio il romanzo della seduzione e dell'inettitudine, della frivolezza e della demistificazione dell'aristocrazia della Belle epoque, ma è soprattutto una grande prova di scrittura, in cui d'Annunzio profonde la sua arte, arrivando anche all'eccesso espressivo per far immedesimare pienamente il lettore nelle atmosfere e negli stati d'animo di cui è ideatore e regista.
Nessuna espressione è quindi fine a se stessa né tantomeno insincera, in questa difficile rappresentazione romanzesca e teatrale, portatrice di intenti narrativo-descrittivi e critici, incastonati nell'opulenza di parole talvolta faticose ma terse di una luce tanto fittizia quanto rivelatrice di significati che il narratore non è tenuto a spiegarci ma semplicemente a mostrarci.
Al lettore non resta che il difficile compito di decifrarlo o di banalizzarlo, perdendosi in questo smagliante labirinto di espressioni e sentimenti.




[1] SI veda in tal senso L'Altro di Gozzano: "L'Iddio che a tutto provvede/ poteva farmi poeta/ di fede; l'anima queta/ avrebbe cantata la fede./ Mi è strano l'odore d'incenso:/ ma pur ti perdono l'aiuto/  che non mi desti, se penso/  che avresti anche potuto, / invece di farmi gozzano/  un po' scimunito, ma greggio,/  farmi gabrieldannunziano:/  sarebbe stato ben peggio!/ Buon Dio, e puro conserva/  questo mio stile che pare/  lo stile d'uno scolare/  corretto un po' da una serva./  Non ho nient'altro di bello/  al mondo, fra crucci e malanni!/  M'è come un minore fratello,/  un altro gozzano: a tre anni./ Gli devo le ore di gaudi/  più dolci! Lo tengo vicino;/  non cedo per tutte Le Laudi/  quest'altro gozzano bambino!/  Gli prendo le piccole dita,/ gli faccio vedere pel mondo/  la cosa che dicono Mondo,/ la cosa che dicono Vita... " In G. Gozzano, Poesie sparse,  in Tutte le poesie, a cura di A. Rocca, Mondadori, Milano 2006
[2] Leggere  I limoni,  chiarisce subito i l destinatario delle critiche montaliane e il senso del suo programma di "torcere il collo all'eloquenza", l'attraversamento di d'Annunzio compiuto dall'autore, e prima di lui da Gozzano e dai crepuscolari, è messo in evidenza in un altro suo celebre scritto che sottolinea l'importanza di quest'atto compiuto proprio dal giovane Gozzano "Colto, intrinsecamente colto se anche di non eccezionali letture, ottimo conoscitore dei suoi limiti, naturalmente dannunziano, ancor più naturalmente disgustato del dannunzianesimo, egli fu il primo dei poeti del Novecento che riuscisse(com'era necessario e come probabilmente lo fu anche dopo di lui) ad «attraversare D'Annunzio»per approdare a un territorio suo, così come, su scala maggiore, Baudelaire aveva attraversato Hug oper gettare le basi di una nuova poesia". E. Montale Gozzano  dopo trent’anni, 1951, in Giorgio Zampa (a cura di) Sulla poesia, Milano, 1976.
[3] Il Bianco Immacolato Signore,  In U. Saba,  Tutte le prose,  Mondadori, Milano 2008,  pag.494
[4] Ovvero, chiunque abbia frequentato le scuole superiori; ma a ben vedere questa riflessione vale anche per chi ha affrontato un percorso accademico comprendente le materie umanistiche.
[5] G. d'Annunzio Il Piacere, Morano editore, Napoli-Milano 1995, p.158
[6] Ivi, pag. 43
[7] Ivi  p.97.
[8]Ivi  pp.89-90.
[9] Ivi, p. 145.
[10] Ivi pp.181-182.
[11] Ivi,  pp. 212-213.
[12] U. Saba, Tutte le prose, cit. p.681.
[13] G. d'Annunzio,  Il Piacere, cit., p. 344.
[14] Ivi, pp. 346-347.
[15]  Ivi,  p.358.

sabato 27 luglio 2013

Letture riflessive: DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE (G. Leopardi)

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Sì signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo? 
Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato? 
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là? 
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? 
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi? 
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo? 
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? 
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? 
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? 
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? 
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque? 
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo? 
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? 
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi. 
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

domenica 14 aprile 2013

Idee per una lezione di lettura creativa:LIRICA, CANZONE, POESIA...


L'uomo scrive poesie da sempre, la più celebre poetessa d'amore della storia, Saffo, è vissuta più di 2600 anni fa, e i suoi versi sono ancora oggi immortali; del resto, il poeta latino Orazio e l'italiano Ugo Foscolo, ci insegnano che una poesia bella e sincera dura più di una statua di bronzo, e "l'armonia vince di mille secoli il silenzio".
Fino al medioevo poesia e musica si fondevano in un'unica rappresentazione: le liriche di Saffo e di tutti i poeti greci, sono solo le parole di una canzone di cui non conosciamo più le note, poi il legame fra poesia musica si è fatto sempre meno forte, anche se non è mai venuto completamente meno: il ritmo, la misura dei versi, le rime, sono elementi che richiamano sempre una certa musicalità della poesia. E poi, ci sono le canzoni. Non tutte possono definirsi delle poesie in musica, anzi moltissime sono solo parole musicali che si appoggiano alle note per farle ascoltare ed apprezzare meglio.  Ma alcune canzoni invece, qualche cosa riescono a dircela insieme ed oltre la musica, sono vere e proprie liriche, le cui parole hanno una forza che viene esaltata dalle note, ma che ha anche un valore a sè, un po' come succede alle antiche poesie.
Testi come quelli di Bob Dylan, di Fabrizio De Andrè e di molti altri cantautori non devono considerarsi semplici canzoni musicali, perchè sono anche poesie e come tali possono essere lette, sentite  e spiegate.

Cogliamo l'occasione per portare in un'ipotetica classe un esempio di lettura creativa semplificata, di una canzone, mostrando come, anche un testo che appare nettamente musicale possa essere assimilato alla poesia, pariamo dal video della canzone in  questione...  





quindi leggiamone la traduzione, come se fosse una poesia....

INVINCIBILI
Matthew Bellamy
Secondo Matthew Bellamy la vita non è una cosa semplice, è piuttosto simile a una battaglia in cui c'è sempre qualcuno che è pronto a  eliminarci.  L'unico modo per non farci ingoiare dalla sua amara indifferenza è quello di lottare, stando uniti a chi ci vuol bene,  cercando di difendere i nostri sogni, rimanendo sempre in piedi e opponendo resistenza alla notte dell'indifferenza, perchè se il corpo si logora, la nostra anima è infrangibile. Questa bella canzone inglese del 2006 di cui presentiamo l'adattamento in lingua italiana,  esprime la necessità di creare dei legami forti tra le persone anche attraverso le sue note, infatti  il graduale aggiungersi del suono degli strumenti musicali alla voce del cantante enfatizza e fa diventare musica un concetto importante: "L'unione fa la forza".

Porta a termine il tuo piano 
fa diventare realtà i tuoi sogni 
non abbandonare la lotta e starai bene 
perché non c'è nessuno come te nell'universo 

non aver paura per ciò che la tua mente crea 
dovresti opporre resistenza 
stare in piedi per ciò in cui credi 
e stanotte possiamo dire per davvero 
che insieme siamo invincibili 

durante la battaglia ci tireranno giù 
ma per favore, per favore 
usiamo questa possibilità 
per far cambiare le cose 
e stanotte possiamo dire per davvero 
che insieme siamo invincibili 

fallo da sola, non fa differenza per me 
ciò che ti lasci alle spalle 
ciò che scegli di essere 
e qualunque cosa loro dicano 
la tua anima è infrangibile 

durante la battaglia ci tireranno giù 
ma per favore, per favore 
usiamo questa possibilità 
per far cambiare le cose 
e stanotte possiamo dire per davvero 
che insieme siamo invincibili 

insieme siamo invincibili.
 E poi... lavoriamoci un po' su...

COMPRENSIONE DEL TESTO:

1) A chi si rivolge l'autore?
o   A un amico
o   a una ragazza
o   a un gruppo di presone
2) nella prima strofa si fa riferimento a un piano da portare a termine, e di una lotta da non abbandonare,  l'esortazione dell'autore:
o   Ha un valore relativo, perchè si capisce che la persona a cui si riferisce è debole
o   Ha valore soggettivo, perchè può essere compresa pienamente solo dalla persona a cui si riferisce
o   Ha un valore soggettivo e universale nello stesso tempo, perchè lo stato d'animo dei due protagonisti può somigliare al nostro

3) " Non aver paura per ciò che la tua mente crea /dovresti opporre resistenza /stare in piedi per ciò in cui credi " Sono parole forti e rassicuranti, ma  a che cosa si deve opporre resistenza?
o   Al vuoto e all'indifferenza che ci circonda e che ci vuole tutti uguali, senza valori  e senza fantasia
o   A una non specificata prepotenza
o   A noi stessi

4) L'autore  indica la notte come il momento in cui, se si resisterà, e si rimarrà uniti,  si diventerà invincibili, possiamo definire questa una metafora, ovvero un modo per indicare qualcosa di più complesso con un'immagine  a cui questo qualcosa somiglia, che cosa può essere, in questo caso, la notte? ...............................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................

5) L'autore ripete per ben tre volte che insieme si può diventare invincibili, ma a che tipo di forza si riferisce?
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6) Secondo  l'autore è possibile cambiare le cose? In che modo?
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7)"E qualunque cosa loro dicano /la tua anima è infrangibile"Attraverso queste parole si capisce che:
o   Anima e corpo sono una cosa sola
o   Anche se il corpo sarà ferito e maltrattato nella battaglia, l'anima è indistruttibile, insieme alle idee che sta difendendo
o   L'anima è fragile

p    Può rivelarsi un modo efficace per fare avvicinare i ragazzi alla poesia...riscoprendo l'allure poetica anche nella musica contemporanea!









venerdì 28 dicembre 2012

Vecchi/Nuovi classici: Erica e i suoi fratelli di Elio Vittorini (1936), una fiaba di lacrime e di sangue



Erica e i suoi fratelli, non è un racconto facilmente reperibile in libreria.

In una storia come questa, scritta da Elio Vittorini nel 1936, e rimasta incompiuta, ci si imbatte per puro caso, come appunto è capitato a me, che in una pigra mattina d’autunno, non avendo voglia di fare granchè, ho incrociato con sguardo sornione un libricino un po’ ammuffito della Einaudi risalente ai primi anni Ottanta in cui, oltre a Erica e i suoi fratelli è possibile leggere anche un breve romanzo di Vittorini, intitolato  La garibaldina…

Considerando lo scarso volume di pagine della storiella di Erica ( poco più di sessanta… e del resto, le piccole storie scritte da grandi autori promettono di darti tanto, seppur in un tempo di lettura relativamente breve…), ho cominciato a leggerla… (Se l’avventurato lettore di questa recensione, incuriosito da quanto dirò, fosse anch’egli tentato di leggere questo racconto, ma nello stesso tempo scoraggiato dalla difficoltà di trovarlo, avverto subito che è molto semplice reperirlo nelle librerie, fisiche e virtuali, che trattano la vendita di libri vecchi e usati o, ancora più agevolmente, nel primo dei due tomi dei Meridiani Mondadori in cui sono pubblicate le opere narrative dell’autore siracusano…)

Quella di Erica è una fiaba nera, di quelle cattive che bruciano il cuore e lasciano una cicatrice profonda e insanabile. Erica è una bambina che cresce insieme a i suoi due fratellini in una famiglia poverissima: come tutte le bambine Erica crede nelle fiabe, e la povertà per lei significa pericolo di essere abbandonata dai suoi genitori, dai quali si guarda infatti come se fossero due nemici, in un bosco, insieme ai suoi fratelli.

Crescendo la ragazzina crede di ravvedersi e comincia a capire che le sue sono solo fantasie fanciullesche; tuttavia la freddezza di sua madre, sempre impegnata a racimolare qualche soldo in più per sfamare la famiglia dal momento che il padre vede scemare la sua paga mese dopo mese, e il definitivo licenziamento di quest’ultimo, la costringono a ripiombare nella sua paura nutrita dalle fiabe.

Non si inganna Erica, quattordicenne assennata, la sua è proprio una fiaba, il papà se ne deve andare per cercare un nuovo lavoro, e la madre…come sarebbe contenta se quei tre figli non ci fossero! Come vorrebbe raggiungere il marito lontano! E una mattina di novembre la madre se ne va. Lascia la casa e le provviste (buone per viverci qualche settimana) in mano a Erica, la figlia matura che crede ancora nelle fiabe, e che ama e accudisce la sua povera casetta come fosse una sorellina minore. Ma Erica è solo una bambina e non capisce che i vicini di casa possono approfittarsi della sua ingenuità. Così, la moglie del ferroviere si prende la sua gallina, e qualcun altro le ruba la farina e il carbone. Ed Erica non sa difendersi.

Ma una quattordicenne è davvero ancora una bambina? O il suo atteggiamento rivela in realtà un’inettitudine agghiacciante, propria di chi è fisiologicamente incapace alla vita perché la natura non gli ha fornito le armi per difendersi? Erica non è furba, si perde nei sogni e si chiude in se stessa, non capisce l’importanza del lavoro, ne conosce solo la crudeltà e l’ingiustizia, perché il lavoro le ha portato via il papà e la mamma. E se il lavoro deve essere sinonimo di crudeltà , la ragazzina non può accettare di far la serva alle signore impietosite che la prenderebbero in casa per aiutarla ripagandola con pochi spiccioli. sceglierà piuttosto un mestiere cattivo per sfamare se stessa e i suoi fratelli: si legherà un nastro rosso ai capelli e nel tardo pomeriggio, mentre loro giocano lontani da casa, si affaccerà alla finestra di casa, aspettando i soldati che escono dalla caserma…

Non è affatto una bambina, La “disgraziata” Erica: è piuttosto un’adolescente confusa, che comincia una discesa verso l’ inferno degli adulti imboccando una strada insanguinata. Tre puntini di sospensione chiudono questo racconto struggente nella sua atrocità, che doveva continuare ma è rimasto interrotto, senza possibilità di redenzione. Interrotto e compiuto nel segno del dolore e della fame che trasforma una bambina abbandonata in madre dei suoi fratelli e in prostituta. Vittorini colpisce nel segno con una scrittura tersa e visionaria che racconta e dipinge una vicenda lontana nel tempo e attuale nelle sue tematiche: povertà, mancanza di lavoro, infanzia negata, violazione dell’infanzia e della femminilità…

Erica ei i suoi fratelli  è una piccola perla della narrativa italiana, un racconto lungo, che vale la pena di riscoprire,per la bellezza del suo stile ma soprattutto per il suo potere catartico. Un piccolo dolore che viene dal passato che aiuta a riflettere anche sul nostro presente.

martedì 20 novembre 2012

Esempi di letture creative: Un ricordo - racconto di Umberto Saba



Direttamente dagli Atti del Convegno ADI 2010, pubblicati questo mese dall'Università degli studi di Genova, vi offriamo un piccolo saggio di lettura critico-creativa basato sul ricordo-racconto di Umberto Saba  Come fui bandito dal Montenegro
  


BUONA LETTURA!


http://www.diras.unige.it/Adi%202010/Magro%20Letizia.pdf


Per un riferimento bibliograficocompleto riportiamo di seguito copia del frontespizio in formato elettronico degli Atti


Associazione degli Italianisti
XIV CONGRESSO NAZIONALE
Genova, 15-18 settembre 2010

LA LETTERATURA DEGLI ITALIANI
ROTTE CONFINI PASSAGGI

A cura di ALBERTO BENISCELLI, QUINTO MARINI, LUIGI SURDICH

Comitato promotore
ALBERTO BENISCELLI, GIORGIO BERTONE, QUINTO MARINI
SIMONA MORANDO, LUIGI SURDICH, FRANCO VAZZOLER, STEFANO VERDINO

SESSIONI PARALLELE
Redazione elettronica e raccolta Atti
Luca Beltrami, Myriam Chiarla, Emanuela Chichiriccò, Cinzia Guglielmucci, 
Andrea Lanzola, Simona Morando, Matteo Navone, Veronica Pesce, Giordano Rodda
DIRAS (DIRAAS), Università
degli Studi di Genova, 2012
ISBN 978-88-906601-1-5

sabato 17 novembre 2012

Dove siamo e dove andiamo? Una piccola riflessione (epistemologica?)


Nel mio percorso di studentessa, e soprattutto in quello più definito e strutturato di dottoranda di ricerca in italianistica, mi sono ritrovata ad ascoltare (e necessariamente a confrontarmi con) quella che si definisce la giovane generazione di studiosi (quarantenni che vanno per i cinquanta, ma del resto io sono già una trentenne e per il panorama della critica letteraria sono solo una principiante…) che si occupa di letteratura italiana. 

In particolare, durante il convegno ADI tenutosi a Torino nel settembre 2011, questo gruppo di “giovani” ha proposto uno spazio di discussione in merito al significato della letteratura nella contemporaneità, e sul ruolo della critica e dell’editoria.
In linea di massima ho trovato diversi punti di coesione tra quello che è il mio pensiero (ermeneutico?) e le problematiche che sono state (e continuano ad essere) sollevate dalle nuove voci della critica letteraria e della piccola editoria italiana; tuttavia continuo a pormi una domanda, ovvero, più che sollevare interrogativi, alimento una riflessione che mi  rode lo stomaco a guisa di gastrite: come dobbiamo servirci di queste teorie e di discorsi squisitamente descrittivi che, più che una nuova critica, producono una  meta-critica, all’interno delle nostre ricerche? 

La domanda non mi sembra affatto peregrina (non stiamo qui a pettinar bambole), perchè  mi è sembrato di percepire quali siano i rischi di queste problematizzazioni descrittive: si sollevano interessanti polveroni sullo stato in cui si trovano letteratura e critica letteraria e nello stesso tempo si continua ad operare in ambiti e modalità di ricerca classici, standardizzati, accademicamente codificati: è una sorta di andamento bifronte e schizofrenico, per cui la  res publica litterarum,  rimane lì, immobile e immodificata nelle sue regole (volendo sintetizzare con una frase di forte impatto visivo potremmo dire che chi urla “al lupo al lupo”, in mezzo alle fauci del lupo ci sta benissimo, perché non è altro che un batterio della carie)

In tutto questo il povero lettore si allontana sempre di più dal libro cartaceo, a meno che non sia un grande best seller leggibile sotto un ombrellone, e non prova più alcun brivido(ovvero ne prova davvero pochi) quando prova a leggere un cosiddetto “classico”, se poi il suddetto “classico” è accompagnato da riflessioni, interpretazioni, dibattiti e discussioni che si appellano a grandi, grandissimi, e contorti ermeneuti, ecco che, il nostro bel “classico” rimane imprigionato nei corridoi dei dipartimenti delle nostre (disumanizzate) facoltà umanistiche.

Non voglio sconfessare nessuno (non mi permetterei mai, non si deve distruggere, ma costruire, e poi i giovani critici a cui faccio riferimento sono persone per cui nutro una grande stima, che in certi casi sfiora l’amicizia) Tuttavia quelli che sono problemi INDIVIDUATI e DESCRITTI non dovrebbero essere affrontati concretamente in modo tale da fondere realmente le due dimensioni, quella accademica in cui la cultura si è cristallizzata (e anche un pochino imbalsamata), e quella reale in cui invece si è eccessivamente banalizzata oppure si dibatte in diatribe prive di risposte, in modo tale da ottenere delle nuove formulazioni che siano davvero  attive?

Il punto allora non è solamente dove siamo, ma anche come dobbiamo muoverci per costruire qualcosa di nuovo nel panorama critico e letterario italiano (insomma si tratta di compiere una sana mediazione tra teoria e pratica, non soltanto di prendere posizione). E questo per noi stessi in quanto studiosi (io sono una che ci prova, quindi mi butto nella mischia) e per i lettori, che hanno bisogno di nuovi stimoli e di linee guida (li abbiamo un po’ abbandonati a se stessi, e invece il nostro ruolo è anche, e forse soprattutto, quello di educatori, perché, quando interpretiamo un testo stiamo dandogli la nostra voce, quindi cerchiamo anche qualcuno che ci ascolti per consegnargli qualcosa, e non credo proprio che questo qualcuno siano solo degli studiosi come noi, sarebbe una noia colossale, ma  se una voce non si sente o è incomprensibile un testo rimane muto e comincia a morire).

Giungono a dare manforte  alla mia riflessione le parole di una giovane dottoressa di ricerca in italianistica e insegnante in una scuola secondaria di primo grado piemontese (insomma una come me, solo che io sicula sono) allieva del professore Mario Pozzi: Valentina Martino, che, rispondendo alle domande che mi ero posta mentre ascoltavo con (relativa) attenzione (si sa che dopo quindici minuti i livelli attentivi si riducono drasticamente, quindi prendere appunti, e porsi interrogativi, diventa una soluzione molesta, ma utile, per trattenere il filo del discorso…) ha lasciato traccia delle sue riflessioni nella mia agendina. A questo punto bisognerà quindi stabilire quanto fossimo distratte entrambe… e quanto queste considerazioni non  siano solo delle deliranti elucubrazioni post intellettualiste…

La Martino manifesta il timore che se qualcuno accogliesse il mio invito a compiere il passo di sintesi che io auspico, si correrebbe il rischio  di vedere i binari (divergenti?) della prospettiva descrittiva e della pratica  della ricerca ridotti ad un’unica soluzione normativa e rigida, originata dal mondo accademico (e del resto i giovani critici parlanti e problematizzanti non sono forse degli accademici? )

Per cui la soluzione che auspica, usando un buon senso che definisce da “campagnina”, è quella di muoversi, facendo quel che si può, seguendo il metodo ( e i consigli ) dei buoni maestri, i risultati, frutto di competenza maturata con il lavoro e non di dissertazioni teoriche (un pochino asettiche e autolatriche aggiungerei io, anche se fatte il piena buona fede) parleranno da sé, solo così costruzione di strumenti teorici, applicazioni didattiche e costruzione del sapere appariranno come tre vertici di un triangolo e non come tre linee parallele che non si incontrano mai (il paragone geometrico è mio…) 

In breve continuiamo a confrontarci coi testi, e facciamo scorrere il nostro sangue nelle parole che leggiamo-studiamo-interpretiamo, così loro continueranno risponderci, perché non sono lettere mute, hanno bisogno della nostra carne e del nostro sangue per (soprav-) vivere e per poter parlare a un pubblico (studioso-medium). Ben vengano tutte le domande, ma senza diventare polemiche, talvolta falsamente politicizzate, o esercizi di retorica contemporanea. 

Tuttavia se lo “sbrodolamento” di parole che si produce quando si fa teoria della critica e della letteratura può contribuire a far sì che in giro si dica”la critica letteraria è viva” “la letteratura ha ancora un senso nel non-senso” vorrà dire che almeno qualcuno si accorgerà che ci sono ancora dei luoghi in cui si pensa, a prescindere da come questo pensiero viene espresso.

E il pensiero può sempre diventare azione.

lunedì 8 ottobre 2012

Poesia - colore -emozione Dante, Inf. XXVI


Questo è un esperimento coloristico-emozionale: riportiamo di seguito uno dei più intensi canti dell'Inferno dantesco, il ventiseiesimo, meglio noto come il canto di Ulisse...daremo un colore differente alle varie parole e ai gruppi di endecasillabi e terzine, ciascun colore esprime una vibrazione emotiva e artistica differente, certamente il culmine di questo capolavoro poetico è costituito dall' "Orazion picciola" ovvero dal discorso che Ulisse fa ai suoi compagni esortandoli a seguire la loro virtù e la voglia di conoscere... 

Si comincia con un'invettiva...

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss' ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com' più m'attempo
.    

  Adesso ci troviamo nella bolgia dei consiglieri di frode (insomma, chi ha tentato di fregare i suoi amici...)

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via, 
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi, 
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz' esser urto.

E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli è inceso».

 Ed ecco che si profilano le due guest stars!!!

«Maestro mio», rispuos' io, «per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

chi è 'n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov' Eteòcle col fratel fu miso?».

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede,
e così insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;

e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta».

«S'ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego
!».

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».

Il racconto dell'ultimo viaggio....

Lo maggior corno de la fiamma antica 
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore
;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi 
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

``O frati", dissi ``che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"
.

Li miei compagni fec' io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso 
lo lume era di sotto da la luna
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra
un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'
altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

Forse non rende benissimo l'idea, ma, se ad ogni parola di questo canto (che anticipa i tempi, perchè parla del valore dell'intelletto e della centralità dell'uomo, pur condannandoli in nome di una fede innominabile...) proviamo ad associare un'immagine o una vibrazione emotiva, potremo percepirne tutta la potenza fisica e coloristica...è uno sforzo...creativo....