martedì 20 luglio 2021

Un romanziere di fatto; breve indagine letteraria dell’opera narrativa di Gabriele Missaglia


1. Cominciamo dall'autore...

Se appartenete alla categoria dei booksgrammer o booklovers su Instagram o comunque fruite dei social network flaggando tra i vostri interessi quello della lettura, vi sarà  capitato di imbattervi nel profilo di Gabriele Missaglia, classe 1991, laureato in legge, autore di un romanzo Il diario, un destino già scritto (2017), e un racconto lungo Pietro e la piantagione (2019) editi entrambi da Amazon in formato cartaceo e digitale, e di un terzo romanzo ancora inedito, che promette tuttavia di confermare la sua vocazione per la scrittura.

Missaglia, noto anche con lo pseudonimo UN ROMANZIERE DI FATTO, è autore appassionato di lettura,  e si impegna molto nella promozione di sé  stesso e di quelle che sono le sue più grandi passioni, avvalendosi dei  principali canali social: Youtube[1], Facebook[2], Instagram[3] e Tik tok[4].

È soprattutto Instagram che gli permette di promuoversi a 360 gradi e che mostra ai suoi follower l'autore-lettore Gabriele che si fa personaggio, arguto e autoironico, e si mostra in reel colorati che ce lo raccontano attraverso godibili sketch.

Missaglia appartiene ad una specifica categoria: quella degli esordienti che si autoproducono e si pubblicizzano mettendoci letteralmente la faccia e giocano con se stessi con una grandissima serietà intellettuale.

Quello che lo distingue dagli altri autori è senza alcun dubbio l'autocoscienza  giocosa  (dalla quale emerge la giusta dose di narcisismo) che traspare nelle sue performance.

Detto ciò andiamo ad osservare come si traduce questa personalità nella scrittura romanzesca e quali sono le principali caratteristiche narrative che emergono nella scrittura di Un Romanziere di Fatto.

 

 

2. Vita È teatro, palcoscenici incrociati nel DIARIO

Iniziando a leggere Il diario, un destino già scritto, un lettore esperto percepisce un leggero senso di inadeguatezza, come se qualcosa non quadrasse: sarà  l'ambientazione inaspettata in una Londra più  simbolica che reale, sarà l'alternarsi di dialoghi e pensieri; ma Londra è  un palcoscenico tanto vasto quanto indefinitamente definito, e il gioco di alternanze mostra e nasconde ciò che questo romanzo vuole effettivamente essere: un autentico dramma a tre personaggi. In esso la trama si dipana a guisa di fotogrammi; il lettore la osserva in un continuo gioco di rimandi e sospesi che alimentano il plot narrativo che a sua volta si fa percorso metateatrale: un dramma infatti si racconta nel suo concepimento, lo osserviamo mentre è agito dai sui stessi personaggi: Lui, Lei, L'Altro.

E proprio L' Altro, Finn, l'uomo dai capelli rossi, possiede un fuoco demiurgico che  diventa furia distruttiva, dalle ceneri della quale nascerà  un capolavoro.
Archetipico è  il personaggio di Andrew,  il Lui  della narrazione, in quanto in esso è impossibile non ravvisare la figura dell'Inetto, l'uomo incapace di vivere[5], rieditata secondo i canoni del ventunesimo secolo.

Schiacciato dalla figura del padre assente, sembra un uomo di successo, ha una moglie bellissima con la quale tuttavia non è in grado di rapportarsi, e nel momento in cui è  attirato in una trappola demiurgica che sembra essergli stata tesa proprio dal genitore morto, emergono tutta la sua disorganizzazione mentale e la sua incapacità  di distinguere tra reale e fantastico.

Da questo punto di vista il personaggio della moglie Phoebe è anch'esso abbastanza caratteristico, sebbene poco caratterizzato: ne percepiamo la fisicità, che si focalizza sul suo sorriso luminoso. Essa si interseca  con una leggerezza quasi frivola, e a una mobilità anch'essa a tratti daimonica che mostra man mano tutta la sua innocente capacità distruttiva.

Defilate ma in realtà importantissime per la chiusura del cerchio narrativo, sono le due collaboratrici di Andrew, che, non solo porteranno avanti il suo lavoro, ma saranno anche letteralmente e metaforicamente spettatrici della sua tragedia.

Il diario è  quindi un interessante prodotto letterario che mette in moto diverse varianti in un impegnativo gioco ultranarrativo,  questo emerge già dalla prima lettura e si mostra nelle varie sovrapposizioni e iterazioni dei piani del racconto, costruite  con una buona perizia dal narratore onniscente.

Una vicenda che è  godibile già  attraverso una lettura ingenua ma che al lettore attento mostra i giochi metanarrativi dei quali è  nutrita che e ne rendono più  intensa e definita la comprensione.


2. Della Natura e di altri demoni: la storia di Pietro


Criticabile alquanto in Pietro e la piantagione è la presenza di una postfazione superflua: questo intenso racconto lungo[6] non ha bisogno di spiegazioni o di giustificazioni; parla da solo,  costruendo una potente allegoria narrativa.


Di fatto la postfazione, che ha tutt'al più il sapore di una captatio benivolentiae in cui l'autore cerca di spiegare in modo delicato e compito ai suoi lettori l'intento della sua creazione,  non aggiunge  alla vicenda nulla che già  non sia stato detto dai e nei suoi personaggi.

Pietro e la piantagione è una semplicissima storia che si costruisce sull'amore romantico e carnale, senza distinzione di genere.

È intessuta di riferimenti pseudoevangelici che si scoprono allegorici e metatemporali, a cominciare dall’iniziale ambientazione nella città terrena di Betsaida, capitale di un impero e luogo/non luogo dalla connotazione geografica multipla[7].

Da questa città,  afflitta da una peste che ne decima la popolazione[8]  il vecchio citarista Pietro parte  per accettare l'incarico di custode dei cancelli del Paradiso, affidatogli dal Grande G., il nazareno Gesù, figlio di un Dio accennato e assente nella sua onnipresenza.

Ma in questa allegoria postmoderna G. non è  misericordioso, è  piuttosto  la cinica reinterpretazione della Natura leopardiana che osserva il male degli uomini ed è ad essi indifferente, e persegue unicamente i suoi insensati e annoiati disegni.

L'illusione di misericordia che la stessa Natura da agli uomini sarà del resto personificata dalla figura del Diavolo, che nel racconto è il fratello sfortunato e gentile di Gesù, relegato da lui nel sottosuolo come Ade da Zeus.

Pietro deve di fatto compiere delle prove nell'aldilà per riuscire ad ottenere una cura che guarisca il suo amato Michele e tutto il mondo. Ma il suo viaggio  richiama quello archetipico per la letteratura italiana che è  stato compiuto da Dante nei tre regni dell'Oltretomba.

Pietro si muove infatti all'immobilità  lattiginosa  del Paradiso, passando per il Purgatorio fino a scendere all'Inferno in un'ideale Catabasi redentoria senza guide, ovvero guidato unicamente dai desideri del suo cuore.

Pietro e la piantagione è  quindi un racconto evocativo ed  equilibrato con un finale forse un po' frettoloso che ne chiarisce il titolo e  lo conclude  dandogli un gusto amaro e leggendario.

 

4. Una conclusione che non conclude

Le due opere edite di Gabriele Missaglia, pur partorite dalla stessa mano, sono  abbastanza diverse dal punto di vista argomentativo: metateatrale la prima, allegorica la seconda.

Le accomuna uno stile in via di definizione ma che mostra già una netta predilezione per un periodare piano, in cui il fraseggio non è  mai ipertrofico.

Un tipo di costruzione discorsiva e narrativa che si presta ad una lettura visuale e cinematografica, e pone davanti agli occhi dei lettori i capitoli come fossero scene.

Quella di Missaglia è forse una scrittura di nicchia, che senza  dubbio maturarerà ulteriormente dal punto di vista stilistico, ma è  già nutrita di una gande consapevolezza, è quindi degna di diventare un piccolo trend social letterario.



[5] "La vera fatica è vivere" sarà una sua battuta di sapore pavesiano

[6] Definizione che, non solo a parer mio, identifica in modo più corretto le narrazioni inferiori alle cento pagine.

[7] Betsaida, luogo di nascita di Simon Pietro, si trova vicino a Gerusalemme, che è  inoltre il luogo vicino al quale secondo la letteratura religiosa medioevale  si trovano le porte dell'Inferno, ma è  il nome di molti altri luoghi sparsi per il mondo.

[8] Un male che c'è, non trova giustificazioni ultraterrene o punitive da parte di un’entità superiore

giovedì 8 luglio 2021

Singolari biografie di un'anima: la Danteide di Piero Trellini

Danteide di Piero Trellini, pubblicata da Bompiani all'inizio del 2021, è un viaggio  che inizia da un mucchio di ossa.

Questo si focalizza inizialmente su un teschio e su ciò che esso ha contenuto, dipanandosi in un percorso di suggestioni, avvenimenti, micro e macrostorie raccolte, subite e vissute dal detentore di quelle misere ossa, di quel teschio e della sua eccezionale materia grigia che ha cessato di essere percorsa dalla scintilla della vita esattamente 700 anni fa, ma che tanto ha fatto e scritto, concependo e costruendo il classico per antonomasia della letteratura italiana: La Commedia.

La Danteide di fatto ci parla di Dante Alighieri in modo centrifugo, indagando i mondi con i quali è  venuto in contatto e ne hanno influenzato le concezioni, le forme e i contenuti poetici. Racconta storie che in Dante sono appena accennate, o che sono in qualche modo date per conosciute contestualizzando i canti danteschi,  accendendoli di suggestioni che possono, a onor del vero, aver avuto un ruolo fondamentale nella concezione del milieu  creativo dantesco.

Un'idea precisa anima di questa costruzione- ricostruzione, che non vuole essere storica pur essendolo, e che presenta una complessità  interpretativa che la pone a un livello metaletterario, questa  è  chiaramente espressa dal suo autore quasi in chiusura del volume:

 

Lo spazio della storia è  un tempo raccolto. Ma più ci allontaniamo e più quegli uomini perdono dignità. Vivono dentro una pagina, poi in una riga, infine rimangono un nome. Così  alla fine veniamo a sapere solo di titoli, colori e fa ioni, perdendo, nei limiti della brevità, le origini, i motivi, le vite, le storie, la complessità  nascosta dietro ciascuna dicotomia. Dante di quel presente assorbì la versione integrale. Ma anche lui fu portato a semplificarlo. La complessità  del suo disegno lo costrinse a ridurre, magari a un verso, le vite degli altri, lasciandocene solo l'essenza.[1]

 

Il viaggio centrifugo, partendo da quell'essenza, prova a ricostruire storie perdute, nascoste  e conservate nelle cronache medioevali e sconosciute ai più, le riannoda, le sintetizza in mappe mentali e parole chiave, mostrando ai lettori la vera storia di Ugolino, narrando le vicende di una figura cruciale come quella di Guido da Montefeltro, facendo emergere dall'oblio della macrostoria figure secondarie come quella di Tebaldello, o di un povero prete, raccontando dei ratti arrivati dalle Indie e dei danni che arrecavano, e dei continui scambi con il mondo arabo che trovano nella Commedia dantesca ben più  di un flebile accenno, costituendone  l'ossatura fantastica.

La Danteide non pretende dunque di essere una  biografia  in quanto racconta le amorose corrispondenze col mondo di un'anima, di una eccezionale materia grigia  che non ha lasciato traccia nelle cavità del teschio dantesco,  ma che, figlia del suo tempo, lo ha plasmato secondo le sue esigenze artistiche, linguistiche, umane.

 

Elaborò la concezione grandiosa di un poema attraverso il quale lanciare un monito all'umanità. Per questo motivo adottò  come lingua il volgare, non il latino, così  da arrivare a tutti. Preferì come genere la poesia, perché  essa solo, e non la prosa, poteva unire cielo e terra. Grazie a essa disseminò il suo poema di simmetrie, corrispondenze, codici, allusioni e profezie. Lo organizzò in tre parti, composte da canti formati da versi, strutturati in terzine. Racchiuse al loro interno significati letterali, allegorici, morali, scientifici, storici, filosofici, religiosi e anagogici. Scelse la struttura delle narrazioni dell'aldilà. Fu forse Brunetto [ Latini] a suggerirgli una gabbia di sapore islamico. Comunque andò, quando la scoprì, capì  subito che era perfetta. Dentro vi racchiuse quanto era impresso nel suo cervello, i saperi appresi, le storie conosciute, i pettegolezzi origliati, Le vite degli altri. L'oltretomba gli permise di costruire una prospettiva grandiosa, di giudicare la cronaca del suo tempo di mescolare passato e presente, scritture e mitologia, finzione e realtà, ma anche di esprimere il suo rancore, attuare la sua vendetta, concretizzare la sua rivalsa, impartire la sua morale.[2]

 

Questo è ciò che prova a ricostruire la Danteide.

Piero Trellini si è  avvalso di quasi cinquemila documenti[3] per costruire un affresco cartaceeo ricco di suggestioni in cui ciò che nelle parole di Dante era visto come la decadenza di un'epoca si rivela per quello che è: un momento di trasformazione in cui il Medioevo finisce e lascia spazio all'uomo che rinasce. La memoria di Dante ce l'ha consegnata attraverso la sua memoria che l'ha fatta diventare storia, intesa come costruzione poetico-narrativa.

La Danteide non è  un testo scientifico come lo si intenderebbe nel mondo accademico, tuttavia consegna agli appassionati e agli studiosi di Dante una ineffabile percezione: quella della creazione che nasce dalla vita vissuta.



[1] Piero Trellini, Danteide, Bompiani, Milano, 2021  p. 526

[2] Ivi,  pp. 484, 485

[3]  Per la maggior parte in formato elettronico, è questo un altro parto creativo del lockdown del 2020

 

mercoledì 19 maggio 2021

Nuovi classici senza tempo: la dolceamara vicenda dell' Ickabog nel regno di Cornucopia


Voglio chiarire subito un fatto che sembrerà  banale, ma che potrebbe essere un deterrente per non leggere questo libro: L'Ickabog  (Salani editrice), pubblicato nel novembre del 2020, non è Harry Potter,  sono due storie che hanno in comune solo l'autrice, J. K. Rowling, e nient'altro. Differente è  l'impianto narrativo, differenti le strutture narratologiche, differenti gli intenti.

L'Ickabog è una fiabesca metafora, un' ineccepibile costruzione narrativa di un' altrettanto ineccepibile autrice che attinge all'universo delle fiabe tradizionali sviluppando una morfologia nella quale sono riconoscibili le principali funzioni di Propp.

La mia disamina comincia proprio dalla forma di questo romanzo, figlio del 2020 e della volontà di recuperare e narrare una storia rimasta in un cassetto facendola diventare interattiva e coinvolgendo i giovani ascoltatori a distanza nella realizzazione delle sue illustrazioni.

L'onniscienza e la ricercata e ironica  complicità tra narratore e lettore sono espedienti mutuati dalla narrativa romanzesca classica ( non si può  non pensare al nostro Manzoni e ai sei lettori dei Promessi Sposi) e costruiscono un perfetto sistema di immedesimazione nelle vicende.

La geografia dei luoghi e i tempi che si stagliano nel fiabesco indeterminato, consacrano il racconto a questa specifica tipologia narrativa.

Infine l'equilibrio  dei personaggi è  frutto di un'equazione creativa in cui non ci sono sbilanciamenti e ognuno svolge il suo ruolo in modo proporzionato rispetto a quello degli altri.

I richiami e i motivi fiabeschi si intrecciano in un'armonia romanzesca leggera e profonda: i motivi del monstrum, dei dei fratelli separati che devono superare tante prove si intrecciano con  quelli del re inetto e del consigliere disonesto, delle eroine al femminile, degli oppressi che lottano per la libertà, del regno che si vede impoverire per una minaccia incombente; i finali lieti e incrociati portano a compimento tante piccole e grandi storie legate tra loro in maniera reale e simbolica.

Fil rouge del discorso narrativo è  la paura del diverso e la scoperta della gentilezza come valore portante per convivere e costruire nelle differenze.

Non mancano argomenti forti declinati nel linguaggio fiabesco: il delicato motivo della genitorialità intesa anche come questione di genere, e quello politico che mette in scena l'eterna e inevitabile lotta tra autoritarismo statale e necessità di una visione democratica di governo in cui il popolo possa dire la sua e non si trovi asservito e oppresso al potere di pochi o ancor peggio di uno che fa solo il proprio interesse.

L'Ickabog non è proprio Harry Potter, ma è una storia straordinaria per la sua capacità di legarsi a qualsiasi tempo e a qualsiasi luogo. È una lettura per bambini e ragazzi, uno spunto di riflessione per gli adulti.

L'Ickabog è  di fatto un delicato e potente parto metaforico e metatemporale di quello strano anno che è  stato il 2020, e nella sua trama strutturale e narrativa questo piccolo grande libro è indubbiamente già un classico.


martedì 27 aprile 2021

Giochiamo con Dante? Si può fare...con L'INFERNO SPIEGATO MALE

 


Chiedo umilmente scusa.
Lo faccio a nome di tutti quei professori di lettere ( tendenzialmente delle scuole superiori) che non sono riusciti a far amare ai propri allievi Dante Alighieri e la sua Commedia. A dire il vero ( e lo spirito del buon Boccaccio che le affibbiò l'aggettivo DIVINA parla attraverso di me) lo considererei qualcosa di imperdonabile, illogico, inspiegabile...perché è  davvero un'impresa ardua non riuscire a trasmettere neanche un briciolo un brivido un sentore della sterminata bellezza profusa delle terzine dantesche, bisogna essere davvero...poco empatici... (anche la lettura compiuta da Vittorio Gassman nella mia prima infanzia, nella sua pesantezza teatrale, aveva qualcosa di ipnotico). Se tuttavia questo "peccato" riesce ad essere espiato da chi ne è  stato vittima ( perché il peccatore  non se ne renderà  mai conto)  con una pena del contrappasso creativa che si traduce in una proposta di lettura originale qual è  per l'appunto  L'INFERNO SPIEGATO MALE di Francesco Muzzopappa...allora...parliamone!

Ciao a tutti, sono una prof di lettere e una dottoressa di ricerca in italianistica, quindi...sì, diciamo che di Dante Alighieri me ne intendo, non sono una specialista, anche perché non credo nelle specializzazioni sugli autori: la personalità umana e artistica non ha un fondo, ergo...non la si può mai conoscere a pieno e nei suoi minimi dettagli. 

Personalmente ho cominciato a leggere la Divina Commedia in autonomia a circa tredici anni, e penso di averla riletta integralmente  almeno una decina di volte...Evidentemente non è  stato il mio prof di lettere del liceo a farmela amare, ho fatto tutto in autonomia, lui però mi ha insegnato a non aver paura di usare e spiegare l'italiano anche nelle sue sfumature di turpiloquio, traendo esempio proprio da Dante, che di parolacce ne ha usate tante ( pure in Paradiso). 

Ammetto che ho un debole per l'Inferno, non tanto perché voce di popolo vuole che sia la cantica meglio riuscita di tutta la Commedia, ma proprio per una questione linguistica, perché a parer mio ( che non sono nessuno) è in questo luogo letterario che avviene la piena commistione dei tre stili che fanno il poetico italiano: comico, tragico, ed elegiaco. Il Purgatorio e il Paradiso conoscono un'elevazione linguistica e stilistica che li rende più difficili nel loro indiscutibile fascino. E poi...l'Inferno è  il luogo dei colori  e delle emozioni forti!

Mi è  stata offerta dalla mia attuale pusher libraria ( Chiara, della storica Libreria Europa, a Palermo in via Uditore) la possibilità di leggere in anteprima L'INFERNO SPIEGATO MALE, e da gran curiosona qual sono non mi sono tirata indietro, più  che altro perché ero alla ricerca di in testo che introducesse alla lettura di Dante i ragazzi di una fascia di età  compresa tra i 10 e i 14 anni. 
È un game book ( libro - gioco, Dantuccio non mi perdonerebbe il forestierismo), e già questa cosa mi ha molto intrigato perché l'autore si muove su un piano metaletterario, ripensando Dante e giocando con il suo personaggio e con quello di Virgilio in una sorta di estrema attualizzazione che li vede muoversi e dibattere avvalendosi di linguaggi e riferimenti alla contemporaneità dei nostri adolescenti (proprio gli adolescenti del 2021, proprio loro). 

L'alternarsi di narrazione, improbabili avvertenze di lettura, spassose pseudoriflessioni dell'editore sulla bontà del suo prodotto letterario e spiegazioni  animate degli Specchietti con la S maiuscola, insieme agli spiritosi disegni di Daw, sono il punto di forza strutturale del volume che affronta e rilegge senza irriverenza (e anche se ce n'è un pizzico, ci sta tutta) ma con grande (tuttalpiù un po' distonica) allegria/ironia la prima cantica della Commedia, e la consegna ai giovani lettori senza falsarne i contenuti, cogliendone invece il profondo potenziale  narrativo, visionario e visivo. 

Un'opera del genere non pretende di SPIEGARE Dante, ma fa qualcosa di più  grande e dimostra qualcosa di ben più  prezioso: l'immortalità di un'opera letteraria. Perché la vera eternità di un classico è  anche questo: la sua  continua attualizzabilità, la possibilità di ravvivarlo con il nostro sangue, decostruendolo e rileggendolo secondo le nostre specifiche esigenze ed esperienze di lettori.
 Dante è ancora una volta personaggio e voce narrante, che si consegna ai ragazzi e lo fa usando il loro linguaggio e coinvolgendoli  in divertenti digressioni narrative ( l'associazione con il Mago di Oz è spassosissima), e in simpatici giochi linguistici;  Dante narratore contemporaneo permette ai lettori di fare delle scelte di lettura all'interno dei capitoli del libro e  proprio per questo dimostra loro la sua vitalità anche quando alcuni suoi atteggiamenti non sarebbero mai potuti appartenere al personaggio storico vissuto nel Medioevo. 

In conclusione L'INFERNO SPIEGATO MALE è un libro che di spiegato male non ha proprio nulla; tutt'altro! Il peccato di incapacità trasmissiva di cui è  stato vittima  l'autore nel suo passato scolastico è  stato pienamente espiato nella costruzione di un'opera  che consente  ai più  giovani ( e non solo) di giocare con un classico senza tempo, stimolandone la curiosità conoscitiva attraverso un colorato e coinvolgente cortocircuito comico-creativo.


venerdì 23 aprile 2021

BREVE CRONACA DELL’INCONTRO CON… UNA LIBRERIA

 

C’era una volta…

Potrei iniziare il mio breve racconto in questa maniera, dandogli così il tono di una fiaba, ma preferisco lasciargli il colore della scrittura diaristica con il quale è nato…in modo tale che le mie parole mantengano e trasmettano il sapore di un’emozione subitanea e profonda, che ancora m’accompagna, e che non credo mi potrà lasciare, ripensando ai momenti che mi accingo a narrare.

Tutto avvenne a Trieste, in una “via secreta”, il 29 settembre 2010.


Mi considero una persona fisiologicamente timida, di quelle che ammutoliscono in mezzo alla gente e che ha bisogno di un input esterno per cominciare una conversazione, proprio per questo ho chiesto e richiesto al mio dolce compagno di vita di accompagnarmi nel “nero antro funesto” che si apre in Via san Nicolò 30, a Trieste; mi riferisco alla libreria antiquaria che fu per oltre trent’anni di Umberto Saba, che ancora oggi porta il suo nome, ed è gestita da Mario Cerne il figlio del “buon Carletto”, il commesso, ed in seguito comproprietario della libreria, reso celebre dalla parola poetica di Saba.

Samuel mi ha fatto capire in tutte le maniere possibili che si sarebbe sentito a disagio, e che sarebbe stato più giusto e gratificante per me se in quella libreria ci fossi entrata da sola, lui mi avrebbe aspettato pazientemente fuori.

Alle 17,30, o poco più tardi, la mia mano si posa risoluta quanto basta sulla maniglia bronzea, resa opaca  dal tempo e dai tanti avventori e curiosi che hanno varcato quella porta a vetri che si socchiude senza emettere alcun rumore. Ed eccomi, risucchiata dall’antro.

I miei piedi si posano con circospezione sul parquet scuro e consumato, posizionato a spina di pesce, che scricchiola in maniera piacevole, con un rumore stranamente rassicurante, di cose familiari.

Mi investe un odore pungente di carta invecchiata ed asciutta, vedo alla mia destra una riproduzione del ritratto che Vittorio Bolaffio fece a Saba, accanto c’è un’immagine del buon Carletto, insieme a quella scala altissima che serve ad arrampicarsi sugli scaffali più impervi della libreria, e che io ho già visto in qualche foto, forse proprio con Carletto arrampicato.

E poi, arriva il signor Mario Cerne, che mi accoglie quasi come un custode rassegnato quando scopre che sono l’ennesima studiosa-curiosa del vecchio Saba.

Comincia a sciorinare una serie di nomi di studiosi, ai quali potrei rivolgermi per avere qualche consiglio accademico, mi parla di un certo  professor Bonura, siciliano anche lui, come me. Capisco subito che il signor Cerne è una persona che ama parlare, e questo mi mette a mio agio; il buon antiquario - custode  si incuriosisce con una certa discrezione quando gli comunico che io mi sto occupando principalmente delle prose di Umberto Saba. Cala improvvisamente un  breve silenzio pensoso nella libreria, interrotto da un nuovo fiume di parole.

-A Trieste -  mi dice il signor Cerne – non c’è molto interesse per Saba, è un  autore inspiegabilmente trascurato…-.

Io penso tra me e me “nemo propheta in patria est”, e non posso far altro che annuire stupita; subito dopo fruga in una pila di libri e ne tira fuori un Canzoniere  tradotto in giapponese, me lo mostra divertito dicendomi: - Vede un po’ ? Ma certo lei questo non lo sta studiando -.

Il signor Cerne coinvolge anche un suo amico-aiutante nella conversazione; è un professore, che si interessa di Ugo Foscolo; la conversazione a questo punto si fa più animata e dettagliata: parliamo di Linuccia, la figlia di Saba, e le parole del libraio e del suo amico non sono certo tra le più affettuose… diciamo che non traggo affatto un ritratto edificante di questa donna che ha vissuto poco serenamente a fianco ed all’ombra di personalità letterarie di spessore considerevole quali suo padre ed il suo compagno Carlo Levi.

Mi viene raccontato della pubblicazione di Ernesto, ridotta ad una squallida operazione commerciale che coincise d'altronde, e non per caso, con la vicenda della morte di Pier Paolo Pasolini.

Il Signor Cerne ricorda che suo padre si stava beccando una querela da parte di Linuccia per la reazione indignata ed umanissima che ebbe  dopo aver letto sui giornali le anticipazioni  delle parti più scabrose del romanzo. Suo padre a Saba voleva bene come un figlio, ed aveva vissuto questa pubblicazione come una vera e propria profanazione nei confronti della memoria del poeta triestino, per questo motivo la sua reazione, che ebbe la sventura di essere registrata da un giornalista, era stata più che giustificabile, benché offensiva nei confronti di Linuccia!

Forse è vero quello che mi dicono questi due signori-custodi delle memorie della libreria antiquaria di via San Nicolò: Qui c’è il suo fantasma, melanconico e silenzioso, aleggia tra gli scaffali, zeppi di libri antichi, ed è molto curioso di sapere cosa sta combinando questa studiosa (una donna, che strano destino! E a vederla così, con jeans e giacchetta di pelle si direbbe ancora molto giovane, ma l’apparenza inganna) che si dedica a lui da ormai più di cinque anni…

Io mi sento un po’ brilla, senza aver bevuto un goccio di vino, ma soprattutto mi sento “a casa”, perché in questo luogo, che vuol essere una libreria, ma è anche un sacrario, mi capiscono, parlano la mia stessa lingua, conoscono l’opera di Umberto Saba nei minimi particolari, e si accorgono che la conosco anch’io!

Parlare con la Grignani? Con il professor Guagnini? da lui ci andrò tra qualche giorno…

Ma soprattutto lavorare con la mia testa, le mura di questa  Libreria sembrano suggerirmi questo.

Penso al mio piccolo progetto di scrittura in cui vorrei confrontare le Scorciatoie  sabiane e i Pensieri leopardiani, e, quasi fosse la domanda più naturale del mondo, e quasi la stessi ponendo proprio a Saba in persona domando: - Quale edizione delle opere leopardiane si è trovato tra le mani?-  Mi viene risposto senza indugi che si trattava dell’edizione Le Monnier. Lo avevo intuito…

Intanto si sussegue un viavai di tre o quattro persone: amici, avventori, intellettuali, e il mio povero e un po’ scocciato Samuel mi aspetta fuori, ignorando purtroppo che io mi trovo dentro un’altra dimensione, in cui il tempo si è dilatato in una strana forma di empatia tra la mia anima e l’atmosfera che sto respirando e che mi sta annusando.

Sono insieme a “lui”, è il suo fantasma che sta interagendo con me e non ha la minima intenzione di lasciarmi andar via.

Arriva Stelio Vinci, l’autore di un grazioso libro che ho avuto il piacere di leggere qualche mese fa: La libreria del poeta, un saggio, ma anche e soprattutto un toccante ritratto di questo luogo magico, in cui mi trovo in questo momento: ci presentiamo, e si mostra parecchio incuriosito dal mio ambito di studio, trova che io stia lavorando in maniera originale, mi lascia il suo indirizzo email per rimanere in contatto e mi dice che anche a lui piacerebbe molto poter leggere le 2500 lettere che Saba scrisse, ma che purtroppo non c’è nulla da fare, e andare al Fondo Manoscritti di Pavia serve a ben poco.

Mi mostra due cataloghi della libreria antiquaria, due volumetti molto eleganti, li sfogliamo velocemente insieme e mi fa notare che i fogli sono contrassegnati a matita proprio da Saba, ma che, almeno stavolta, non c’è alcun appunto che possa essere utile. Io gli dico che domani mattina dovrei visionare qualche letterina sabiana alla biblioteca Hortis.

Intanto squilla il telefono e arriva un sms, è difficile far capire agli altri perché non do loro retta, per il momento.

Ciò che più mi addolora, la nota stonata, è che Samuel sia fuori ad aspettarmi, invece di essere qui con me. È passata più di un’ora e credo che l’sms fosse suo. Deve essere seccatissimo, ha pensato di fare il mio bene rimanendo in disparte  ad aspettarmi, per farmi vivere così in maniera più intima una delle più importanti esperienze del mio percorso di studiosa, almeno dal punto di vista emotivo. Eppure, nel mio profondo io desideravo condividere con lui il turbine di emozioni che mi ha investito. Capisco il suo punto di vista, ma lui non ha capito me… tuttavia, forse ha fatto bene, o forse no… Non pontifichiamo! In fin dei conti i gesti d’amore non si giudicano…

Si scoprono tutti mezzi siciliani lì dentro, e io mi scopro un po’ giuliana, forse anche per i trascorsi dell’infanzia di mio padre…

Ma cosa sono infine queste pagine? Vorrebbero essere un racconto, ma a pensarci bene non saprei come definirle; certamente rispondono all’esigenza di fissare sulla carta un grumo di emozioni arruffate, che traspare a malapena dalle due foto (mosse) che ho scattato a questa “strana bottega d’antiquario”. Ho voluto tratteggiare con le parole un’ora di sympatheia, di autentica “corrispondenza d’amorosi sensi”…

Tornerò nell’antro, nei prossimi giorni. Ho promesso al signor Cerne, nobile custode di una grande memoria, che non sarei fuggita senza lasciar traccia, e io mantengo sempre la mia parola…

mercoledì 4 novembre 2020

Olismi prosimetrici contemporanei: Lauro e Amleto


 

Letture che non t’aspetti (non è vero)

Ci sono libri che non ti aspetti, ai quali ti accosti per curiosità, scommettendo che ci troverai la fregatura, l’inganno, la magagna.

Libri che non credi possibili, i cui autori ti sembrano improbabili, improponibili, perché non rispondono ai tuoi canoni letterari. 

In realtà, che l'opera prima di Lauro De Marinis Sono io Amleto, (Rizzoli, 2019) non fosse esattamente una fregatura, me l’aspettavo. È ormai dallo scorso festival di Sanremo che seguo distrattamente ma con una certa curiosità la carriera musicale del suo autore, noto ai più  come Achille Lauro, e mi sono resa conto, dal primo ascolto di Roll’s Royce, passando per 1969, e continuando con tutto ciò che è venuto dopo, che il lavoro di Lauro, è sostenuto da una precisa e meticolosa poetica, che può essere più o meno condivisibile, ma è chiaramente riconoscibile ed è soprattutto artisticamente affascinante e ricca di riferimenti metaforici ed  evocativi.

Chiaramente il grande amore di Lauro è la musica, ma al ragazzo piace giocare con le parole, si diverte ad evocarne il potere emozionale, ne percepisce la forza iconografico e la spinge al massimo. 

Sono io Amleto è un esperimento a parer mio abbastanza ambizioso, in cui si intrecciano letterature, arti figurative e musica. Ma soprattutto, a conti fatti, è un esperimento riuscito.

 

Biografia e mito personale, due facce della stessa medaglia

L'opera prima di Achille Lauro è stata concepita e costruita dal suo autore come un percorso in cui la musica salva. Il ragazzino che racconta la sua storia di graduale redenzione verso e attraverso l’arte conosce, per sua scelta, tante forme di degradazione senza mai esserne totalmente risucchiato. 

La chiave di lettura dell’esemplarità nel negativo è relativamente difficile da adottare ed accettare, per cui almeno nella sua prima parte la vicenda del giovane Lauro va letta e interpretata come un’esperienza che varca il limite, in cui sono messi in scena il coraggio o l’incoscienza di spingere al massimo le contraddizioni della propria adolescenza che contiene in se stessa i semi di una singolare maternità.

L’esperienza bordeline di Lauro è in fondo la sublimazione di tutte le trasgressioni adolescenziali, la loro esasperazione; per questo l’adulto medio probabilmente non l’approva, ma se si immerge nella lettura, facendosi guidare dalla forza espressiva di ogni singola espressione, riesce a comprenderla (comprehendo, alla latina, non significa solo capisco, stiamo attenti) nella sua complessità.

L’autobiografia romanzata è di fatto racconto metaforico di formazione che muove dalle tonalità sfaccettate e multicolori e dall’indistinto magma delle emozioni adolescenziali fino alla loro ricomposizione e redenzione per e con l’arte.



Forme multiformi

La forma di Sono io Amleto non è quella del romanzo classico, è piuttosto un cangiante  ibrido in cui poesia, prosa e scena teatrale si innestano tra loro, e si arricchiscono di immagini e di sfondi evocativi ed esplicativi. Dare quindi una definizione di genere è praticamente impossibile, perché in ogni singola pagina quest’opera sfugge alle categorizzazioni.

Se si aggiunge anche il continuo riferimento dell’autore alle proprie canzoni, e a come sono state concepite, è ancora più evidente lo scopo della scrittura di essere complemento e chiarimento delle intenzioni musicali dell’autore, in una sorta di costruzione ad incastri in cui la musica si giustifica e si racconta, e il racconto a sua volta diventa musica.

Anche dal punto di vista grafico ogni singola pagina costituisce un’esperienza visiva oltre che conoscitiva, in cui la scelta dei caratteri di scrittura, il loro colore, il modo si alternarsi, non è lasciato al caso, ma obbedisce alla volontà di costruire un’opera da leggere e da ammirare, in una sorta di istallazione artistica perpetua e domestica, barocca e postmoderna, musicale e cartacea.

 

Bello da vedere, complesso da leggere, indispensabile complemento alla comprensione di un universo artistico  e umano sui generis, Sono io Amleto, è un’opera complessa, onirica e fascinatrice, concepita da un’anima giovane e cosmopolita, nutrita di tante suggestioni e dotata di una sensibilità fresca e visionaria, che vuole lasciare un segno in un’epoca fatta di omologazione e banalizzazione. 

Lauro non racconta solo la sua vita, la interpreta, la traduce in arte per l’arte. 

Il suo  è un parto creativo immenso e leggero. 

Un indiscutibile capolavoro contemporaneo, da vivere come tutte le opere d’arte: senza pregiudizi.

giovedì 17 settembre 2020

La fiction è servita. Breve disamina de I LEONI DI SICILIA

 


I Leoni di Sicilia di Stefania Auci è stato, e continua ad essere, il caso letterario di questo ultimo anno. Pubblicato nel 2019 dalla Casa Editrice Nord ha conquistato tantissimi lettori con la sua scrittura rotonda e facile, che tratteggia con ferme e dense pennellate luoghi avvenimenti e personaggi. 

Questo è di fatto il primo capitolo della saga dei Florio, la famiglia di imprenditori che tra il XIX e i primi anni del XX secolo ha segnato la storia economica e culturale di Palermo e dell'intera Sicilia, e terminando la lettura si è assaliti dalla curiosità di sapere come si evolverà il romanzo familiare in cui il verghiano ideale dell’ostrica viene stravolto con spudorata sagacia prima dai capostipiti Paolo e Ignazio e poi dal loro figlio Vincenzo.

Le vicende scorrono piacevolmente davanti agli occhi dei lettori: chi conosce la città Palermo è avvantaggiato nella lettura perché riesce a vedere materialmente il teatro in cui le vicende dei Florio si consumano, e riconosce le loro impronte  raccontate nella scrittura. 

Ci invece non ha esperienza di questa città non potrà  non rimanere avvinto dai lacci letterari tesi dall'autrice che riporta in vita un mondo che non c'è  più  ma che ha lasciato tracce culturali e geografiche profonde e degne di essere raccontate.

I leoni di Sicilia è un prodotto letterario di un certo pregio per la sua immediatezza, per cui le parole diventano cose senza tuttavia appesantirsi di  sfumature lirico-evocative; il romanzo può  già  considerarsi  il canovaccio ( lo screenplay volendo fare l'esterofila) di una fiction per il modo in cui è tagliato e narrato, a livello strutturale infatti  le varie sezioni temporali/ puntate in cui è suddiviso riportano un titolo che richiama gli interessi dei Florio e le introduzioni  di carattere storico contestualizzano con puntualità le vicende; i proverbi che introducono ogni sezione, oltre a fornire un sapore folkloristico, la incastonano nella tradizione regionale attraverso l'uso del dialetto.  A livello narrativo la forza rappresentativa con cui sono raccontate le vicende permette ai lettori di recuperare sogni desideri  e caratteri dei personaggi, e di indagare  e osservare ogni singolo protagonista in una coralità di punti di vista che si alternano e si completano. Ogni personaggio è  infatti narrato dall'interno, in quelle che sono le sue risoluzioni, le debolezze, e nei movimenti della sua anima.

Di fatto l'intenzione del romanzo storico d'epoca si realizza in una scrittura “di consumo”, che racconta in un incalzante presente storico, ne favorisce l'immediatezza e permette di osservare con una certa immedesimazione i moti sentimentali e sensuali dei personaggi.

I leoni di Sicilia sono quindi un'esperienza di lettura visionaria e cinematografica che forse a qualche purista farà storcere il naso per una sua supposta e supponente scarsa profondità letteraria; tuttavia una costruzione narrativa di questo tipo ha l'indiscutibile pregio di avvicinare alla lettura anche i lettori occasionali che, dopo aver tentennato davanti alla voluminosità del " tomazzo" sono conquistati dalla sua scrittura dialogica pulita e scorrevole. Ben venga allora in caso letterario e aspettiamo anche la fiction, augurandoci che tra il teatro della scrittura e l’occhio televisivo sia il primo ad avere la meglio, sancendo il fascino indiscutibile di  questa saga familiare così come è stata interpretata  e raccontata attraverso la scrittura dalla sua autrice.


sabato 22 agosto 2020

TI RACCONTERÒ UNA FIABA Considerazioni intime e creative sulle Trecento fiabe, novelle e racconti siciliani raccolti da Giuseppe Pitré

 Ho conosciuto mia nonna materna intorno ai sette anni. Si chiamava Angelina. Era una signora che portava induriti sul suo viso i segni di una vita faticosa, in cui si era battuta a modo suo per la propria indipendenza di donna, maritata vecchia rispetto alla media della sua epoca (intorno ai 26 anni...) e rimasta sola per scelta con tre figlie piccole alla fine degli anni '40 del Novecento, dopo aver lasciato il marito con cui non andava più d'accordo, e che per sua "fortuna" era poi morto giovanissimo in un misterioso incidente in mare per cui non era più stato ritrovato neanche il suo cadavere...

Bella lo era indubbiamente stata, una di quelle bellezze eteree dagli occhi che variavano il loro colore adattandosi al cielo,  i capelli ricci che da biondi erano diventati bianchi, le mani lunghe e ormai ossute, il corpo prostrato dalla vecchiaia che mostrava nella sua asciuttezza una rigorosa postura. Angelina, secondo le mezze parole di mia madre,  è stata un genitore  sanguigno,  ha nutrito le sue bimbe a lungo con tutto il suo corpo e ha offerto di nascosto e gratuitamente il proprio latte anche a un  bimbo in difficoltà (mio nonno non voleva, non doveva togliere da mangiare alla sua ultima bambina), ma non ha esitato  a lasciare anche  nude le figlie bambine e quasi adolescenti a furia di picchiarle per ridurle all'obbedienza.

In tal senso, ripensando alla sua forza nutritiva, sostenuta dalla memoria di mia zia che ha preso il suo latte fino ai due anni e mezzo e ne ricorda ancora distintamente il sapore, devo a mia nonna Angelina anche questa eredità: se non fosse stato per questo ricordo di maternità che può sembrare ferino ma a mio avviso è  profondamente dolce e tenace, probabilmente mi sarei arresa alla prima difficoltà  nell'avvio dell'allattamento con i miei due figli, perché  mia madre non mi aveva mai allattato al seno, e quindi non poteva sostenermi con l'esperienza personale, ma solo tramite la memoria di quella di sua madre. (Angelina ci ha lasciato il 17 agosto del 2003, all'età di 89 anni; due giorni prima di morire, non riuscendo più a parlare, rimproverò a gesti sua figlia, mia madre, perchè era vestita troppo leggera).

Mia nonna  era una sarta, una "mastra" di quelle brave, che insegnavano a cucire alle allieve, che vedeva un vestito e lo realizzava in una notte; quando l'ho conosciuta le mani e gli occhi non l'accompagnavano più  come una volta, allora si era data al chiacchierino, e i suoi lavori mostravano una precisione tecnica  scientifica di cui era gelosissima e non si mostrava minimamente disposta a tramandare la sua arte alle mani delle figlie. 

Recuperare il tempo che, indipendentemente dalla sua volontà non aveva passato con me e il suo ruolo di nonna non è stato subito semplice per Angelina, tuttavia  voglio credere che la nostra sia  stata una riconquista piena, perché ci ha donato tanto in termini di affetto e di corrispondenza d'amorosi sensi.

Giocavamo a carte con nonna Angelina, e lei non mi lasciava vincere: era un'avversaria ostica e anche un po'  sbruffona, l'occhio le rideva a indovinare quali briscole stringevo col paravento delle mie mani e poi c'era  quel gioco che si chiamava " Ti vitti" ( "ti ho visto" in italiano...almeno credo) nel quale, dandomi l'illusione di essere quasi vincente, mi stracciava senza pietà.

Ma soprattutto, quando rimanevo qualche ora  da lei, mia nonna era una grandissima intrattenitrice: si immedesimava nei miei giochi di bambole, indaffarata tra una pappa a Baby Mia e una controllata di pannolino a Cicciobello, chiacchierava insieme a me col suo canarino giallo  e mi raccontava storie, tante bellissime storie.

Credo che nessuno mi abbia raccontato delle fiabe in modo così coinvolgente come faceva lei. Usando un dialetto asciutto, quasi colto sul quale io, che il dialetto non lo sapevo perché sua figlia, maestra, non lo aveva mai usato per comunicare con me, mi concentravo con una fervida curiosità  ermeneutica.

Ancora oggi mia madre mi racconta spesso che, pur avendo solo la terza elementare, mia nonna amava molto leggere, e conosceva alla perfezione le vicende di Orlando e dei paladini di Francia; era una passione, quella per i libri, che a quanto pare condivideva anche col padre delle sue figlie. 

Sicuramente era una voce narrante davvero notevole, che intrecciava sapientemente storie d'amore e di guerra, di fate e reginotte, di cavalieri e di re coraggiosi.

Se fossi stata un pizzico più grande probabilmente quelle storie, che mia nonna tirava fuori da un repertorio  meraviglioso della tradizione orale, le avrei appuntate, invece quello che mi rimane nella memoria sono frustuli di filastrocche e rime baciate e un'eccezionale impressione di pienezza narrativa.

Una storia mi era piaciuta più  di tutte, era molto articolata, c'erano  amori, inganni e c'era  una "pupa di zuccaro e meli". Mi sono portata dietro questa immagine della "pupa" che la protagonista sostotuisce a sé stessa e a cui viene tagliata la testa dal novello marito, per circa trent'anni. Non avevo alcun riferimento bibliografico, solo una magistrale interpretazione di una storia che non si appoggiava su alcun copione scritto. Poi un giorno, per caso mi sono divertita a scrivere  "pupa di zuccaro e meli" su Google e ho scoperto "La rasta di basilicó". Non ho la certezza che mia nonna mi abbia raccontato proprio la storia che ho avuto modo di rileggere on line, ma ho sicuramente  ritrovato gli intrecci, la musicalità e la "pupa". La mia curiosità si è  spinta più avanti, nutrita anche da qualche input accademico e ho scoperto in questo modo la raccolta di Giuseppe  Pitré Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, che raccoglie 301 testi narrativi che il medico ed etnologo siciliano ha raccolto dalla viva voce di diversi narratori popolari. Tuttavia i quattro volumi in dialetto con traduzione italiana a fronte sono  pressoché  introvabili, per cui, desiderando possedere questo eccezionale corpus narrativo e non soltanto consultarlo in biblioteca,  mi sono accontentata di acquistare un'edizione in italiano  intitolata Il pozzo delle meraviglie (2013, Roma, Donzelli editore) che, pur privandomi della sezione dialettale,  mi ha permesso di appropriarmi di un patrimonio fiabesco e narrativo impressionante (uno dei più  vasti d'Europa) del quale avevo avuto qualche sentore leggendo le "fiabe italiane" curate da Italo Calvino. 

Ho scelto di svolgere una lettura integrale e lenta dei racconti raccolti da Pitré, che mi permettesse di assaporare il più  possibile gli intrecci e di conoscere meglio i personaggi tipici della tradizione orale siciliana.  

Questo approccio mi ha rivelato tante piacevoli scoperte: figure narrative uniche e dense di carattere, intrecci complessi, musicali e mai banali e soprattutto mi ha fornito la percezione di quella che non definirei tanto una forma d'identità siciliana tradotta nella narrazione quanto piuttosto una sorta di specificità culturale che diventa unicità narrativa. Alcune novelle sono davvero dei capolavori novellistici in cui si giovani coraggiosi, reginotte, creature metaumane si muovono in uno sfondo caratterizzato da una coloritura densamente mediterranea.

La racconta di Pitré  è  strutturata come un catalogo,  per cui non è raro leggere diverse versioni della stessa storia o ritrovare la stessa sequenza narrativa in diverse storie. Tuttavia quella che può sembrare una debolezza ( e che lo sarebbe in un'opera con velleità strettamente letterarie) diventa un punto di forza a livello metanarrativo,  in quanto educa il lettore alla costruzione autonoma di nuove storie ispirate a quelle lette in un interminabile gioco d'invenzione. Degna di nota è  anche la sezione che comprende le "storie e fantasie di luoghi e di persone" perché interpreta luoghi cittadini e paesani con le voci della tradizione popolare colorando la storia di aneddoti e storielle fantastiche.

La lettura delle trecentouno novelle del pozzo meraviglioso è stata quindi un'esperienza creativa oltre che  profondamente intima,  ho riscoperto un repertorio fiabesco che era anche quello di mia nonna e l'ho riplasmato secondo le mie esigenze narrative  in un gioco creativo dalle molteplici prospettive. 

La "pupa di zuccaro e meli" e tutte le altre piccole e grandi storie tramandatemi dalla voce creativa e narrativa nonna Angelina sono diventate un'esperienza di lettura altrettanto  creativa  in cui passato personale e  tradizione (Regionale? Folkloristica? Orale?) si fondono in un abbraccio di vita e letteratura che rivolge uno sguardo a un indefinito futuro di memoria e invenzione.



P.S. Si potrebbe affermare, e in verità qualcuno lo ha anche fatto, che queste righe hanno ben poco di ermeneutico e sono sbilanciate sul punto di vista autobiografico. Il che è  vero ed indiscutibile, e devo ammettere che...l'ho fatto di proposito. Il corpus raccolto da Pitré  ha un valore immenso, e può  essere fruito da punti di vista differenti: quello che otterrà forse maggiori  arricchimenti è  il punto di vista etnologico e folkloristico perché  in queste storie si raccolgono e si interpretano credenze popolari, si osservano personaggi storici e cariche nobiliari secondo una prospettiva microstorica che indubbiamente permette di leggere e indagare la cultura regionale con occhi differenti. Mi hanno colpito in tal senso le figure dei vari re di Spagna (il legame storico  tra Spagna e Sicilia è del resto fortissimo e confermato nelle varie narrazioni) e dell'Imperatore Federico, che ho scoperto crudele e sanguinario, e anche la vicenda dei vespri Siciliani raccontata  in tre differenti versioni che riportano tutte un errore di pronuncia che fu fatale agli Angioini. 

Qualche nota arabeggiante rimane nelle ambientazioni, nelle atmosfere e soprattutto negli intrecci  sempre smaglianti, in cui troviamo pochissimi riferimenti  all'Italia del centro-nord, il perno delle azioni dei personaggi è infatti prevalentemente il Mediterraneo.

Ho ritrovato la figura del pasticcione siculo per eccellenza, Giufá, e quella del furbacchione Ferrazzano, e ho conosciuto con immensa ilarità  la storia dell"asino Brancaleone e una serie di favole che trovano la loro origine nelle antiche storie di Esopi e Fedro.

Indimenticabili ed interessantissimi dal punto di vista narratologico sono poi tutti quei fenomeni di resurrezione attraverso magici unguenti, o di trasformazione da animale a uomo e viceversa dei personaggi. E poi, quante donne forti, furbe e coraggiose è  possibile osservare tra le righe di queste storie, prima fra tutte Caterina la sapiente, protagonista di un'avvincente novella piena di colpi di scena e agnizioni.

I punti di vista dai quali si possono leggere e rileggere queste narrazioni sono davvero infiniti, ma certamente quello creativo, per un lettore che non vuole essere per forza uno storico, un antropologo o un cultore della lingua dialettale, e quello più affascinante. 

Leggere queste storie, la cui tradizione orale è stata registrata nella scrittura, permette appunto di coglierne  l'atto creativo nel riconoscimento delle costanti che le animano.  Chi, come Pitré e come me, ha avuto la fortuna di ascoltare delle storie dalle vive parole dei narratori, non può  non percepirne la potenza inventiva ed evocativa che in quanto tale è acquisibile e tramandabile all'infinito in una continua combinazione di elementi e può essere fissata solo in minima parte nella scrittura (continuo a pensare che non potrei trovare delle corrispondenze precise tra le storie raccontate da Angelina e quelle che ho letto, proprio perché, ogni narrazione orale è  unica).

Il mio non vuole essere un discorso formalista, anche se potrebbe a prima vista sembrarlo; non mi interessa smembrare queste storie per elencarne le costanti, voglio piuttosto trasmetterne il valore infinitamente creativo: leggere queste storie ci permetterà  di inventarne delle altre, tutte nostre, che magari non scriveremo mai ma questo esercizio di creazione permette alla fantasia umana di non morire. 

Le storie che mi raccontava (non mi leggeva) Angelina ne sono la più  evidente testimonianza e quelle che  mi diverto a inventare e raccontare (oralmente) ai miei figli sono senz'altro la più  utile ed intima conquista fatta al termine della lettura di questa straordinaria raccolta.