Quella della "Cognizione del dolore" è una lettura complessa e faticosa nella sua relativa brevità.
Ci vuole tempo e concentrazione per confrontarsi con Gadda.
Il suo Gonzalo è un personaggio
che raccoglie molte suggestioni della letteratura di inizio 900. È certamente un inetto
differente da quelli consacrati dalla letteratura nazionale e internazionale. Il suo disagio
esistenziale dettato da ragioni storiche e caratteriali si traduce in un coagulo linguistico
doloroso ( che del resto rispecchia il malessere dell'autore, come sarà affermato i postfazione)
e baroccheggiante, una lingua grondante di arcaismi e neologismi che disegna con coloriture
espressioniste luoghi e fatti fittiziamente fantastici.
La figura della Madre, il cui nome viene indicato dall'autore, ma che è più epicamente solo
MADRE, ha in sè una dolcezza e una stanchezza che appartengono a un tempo che non esiste più.
La madre è altro, è la cortesia e la nobiltà del passato che sarà infatti sfigurata dal doloroso
presente senza nome nella conclusione incompiuta del libro.
Un'esperienza di scrittura e di conseguente lettura umorale, condizionata senza dubbio dal clima
storico nel quale è stata prodotta ( non è una mia intuizione, è un'affermazione dello stesso
Gadda) affascinante nella sua durezza espressiva e compiuta nella sua irresolutezza.
Un blog? Sarebbe più esatto definirlo un insieme di spunti, sensazioni, emozioni, tutte date dalla lettura. Poesie, romanzi, racconti, non fa differenza, l'importante è far scorrere nelle parole che leggiamo il nostro sangue per far vivere ogni emozione che una buona lettura può offrirci! =)
mercoledì 7 agosto 2019
martedì 4 ottobre 2016
Didattica della letteratura italiana nella scuola secondaria di primo grado: Tra letteratura e storia della lingua italiana, un possibile approccio.L'ITALIANO IN LETTERATURA. UN DIALETTO CHE HA FATTO CARRIERA
· ·
PRIMA
DI COMINCIARE: COSA È LA LETTERATURA ITALIANA?
Nei prossimi due anni affronterai lo studio della letteratura italiana; ma cosa
sarà mai questa letteratura? I poeti e gli scrittori di tutto il mondo hanno
affidato alla scrittura i loro più bei pensieri, alcuni si sono persi nel
tempo, altri invece si sono tramandati negli anni e nei secoli, diventando
famosi, al punto da definirsi dei CLASSICI.
Immagina di riunire in un'unica grande libreria tutti le opere scritte dai più
grandi artisti, quelle che sono state considerate così belle e preziose da
rimanere vive nei secoli regalando emozioni e riflessioni a chi le legge oggi
come ieri. Concentrati in particolare
sui poeti e sugli scrittori italiani che parlano la nostra lingua e non hanno
bisogno di essere tradotti, lasciando stare francesi, inglesi, russi, spagnoli,
tedeschi o americani: ecco, questa è la nostra letteratura, la letteratura
italiana.
·
SI
FA PRESTO A DIRE VOLGARE
Fino alla caduta dell'impero romano le persone importanti e
colte parlavano latino, anche se, quando erano a casa, preferivano non perdere
tempo dietro alle mille regole di questa antica lingua, per cui la
semplificavano, per renderla più facile da parlare. Tuttavia i documenti continuavano a essere scritti in latino, fino
a che, intorno all'VIII secolo, le diverse popolazioni europee, stanche di
scrivere in una maniera e parlare in un'altra, cominciarono a scrivere come si
parlava. La lingua del volgo (ovvero la lingua del popolo) sostituì pian piano
il latino; nei diversi stati europei, e nelle varie regioni si cominciò a
parlare e a scrivere in volgare. Di fatto vi erano moltissimi volgari; il poeta
e scrittore Dante Alighieri in un importante libro dedicato alla parlata
volgare solo in Italia ne contava ben quattordici!
Se possiamo definire il volgare come la lingua parlata dal
popolo, possiamo anche immaginarcelo come un dialetto: in Sicilia si parlava il
volgare siciliano, in Toscana quello toscano, in Emilia Romagna quello
romagnolo, nelle Marche il marchigiano e così via...anzi, a voler essere più
precisi, le regioni italiane (ma anche quelle spagnole e quelle francesi) prenderanno
il nome dai volgari che vi si parlavano, proprio perchè, nel medioevo le venti
regioni italiane ancora non esistevano. Una cosa è certa, dal momento che tutti
i volgari provenivano dal latino si somigliavano un po', quindi non era così
difficile capirsi, anche se ci voleva un po' di impegno a tradurre un dialetto
in un altro.
Se prima furono solo i documenti ufficiali, scritti dai
giudici e dai notai, ad essere redatti nei vari volgari, pian piano anche gli
scrittori e i poeti (che spesso erano gli stessi notai e giudici) cominciarono
ad usare il volgare per scrivere piccoli componimenti poetici. Stava nascendo
la letteratura italiana, ma ancora c'era un po' di strada da fare, proprio
perchè ogni poeta scriveva nel proprio volgare.
·
LA
PAROLA A FRANCESCO DI ASSISI
Le prime opere in volgare che ebbero una grandissima
diffusione furono le prediche, proprio quelle delle messe, perchè queste
continuavano ad essere dette in latino, e bisognava spiegare al popolo cosa
dicevano le scritture.
Intorno al XII secolo
insieme alle prediche cominciarono anche a diffondersi delle semplici preghiere,
soprattutto in Umbria. E proprio ad Assisi, fu scritta una preghiera-poesia che
ancora oggi viene considerata il primo classico della letteratura italiana: Il CANTICO DELLE CREATURE, l'autore
di questa delicata ed emozionante poesia è Francesco, ovvero San
Francesco d'Assisi, il fondatore dell'ordine dei francescani, nonché santo
patrono d'Italia.
·
UN
SOLO VOLGARE PER L'ITALIA DEGLI SCRITTORI E DEI POETI
Francesco, di fatto, parlava e scriveva in volgare umbro, e,
almeno fino al XIII secolo ogni poeta avrebbe espresso le sue emozioni nel
proprio volgare. Tuttavia un argomento accomunava tutti i poeti e scrittori
dell'epoca: desideravano parlare e scrivere d'amore. L'amore era un motivo di
moda in tutta Europa, soprattutto in Francia e nel Sacro Romano Impero, e quando re Federico II di Svevia, si trasferì dalla Germania
a Palermo, fondandovi la sua corte, si circondò di poeti che volevano scrivere
d'amore, dando origine una vera e propria scuola di poesia: la SCUOLA SICILIANA, della quale
facevano parte personaggi molto famosi all'epoca: Jacopo da Lentini, Pier delle Vigne, Cielo d'Alcamo. Questi
poeti cantavano l'amore paragonando le donne ai feudatari e i loro innamorati
ai vassalli, pronti a tutto per loro e per un loro cenno.
Quando, circa un secolo dopo, esattamente tra la fine del 1200
e l'inizio del 1300, Dante Alighieri si imbattè nelle opere dei poeti siciliani
ne rimase folgorato: le trovava bellissime, solo che, per capirle pienamente
aveva la necessità di tradurle dal volgare siciliano a quello toscano, Dante
infatti era fiorentino.
Era anche un po' dubbioso rispetto al significato che i poeti
siciliani attribuivano alla donna e all'amore: per lui e per il suo maestro Guido Guinizzelli, la donna non
è simile a un signore feudale, ma è un
vero e proprio angelo del paradiso, che suscita nell'uomo che la ama sentimenti
di perfezione e lo avvicina a Dio!
Questi due aspetti problematici della Scuola siciliana
dovevano essere superati e risolti, e dal momento che Dante era un tipo in
gamba, si diede da fare in tal senso.
In primo luogo, fece sì che la traduzione in volgare toscano
dei poeti siciliani diventasse quella ufficiale, facendo letteralmente sparire
i componimenti in lingua originale siciliana. Dopo di che scrisse degli importanti trattati, in cui spiegò per
filo e per segno come si doveva scrivere in volgare, ipotizzando la nascita in
un volgare che fosse
- illustre ovvero importante
- cardinale, con delle basi tali grammaticali e linguistiche da superare tutti gli altri volgari e diventare il loro cardine, ovvero il loro punto di riferimento
- regale perchè se ci fosse stato un re d'Italia avrebbe usato quella lingua alla sua corte
- curiale perchè doveva essere degno di essere parlato anche in luoghi importanti come le chiese e i tribunali.
Questo fantomatico volgare però
somigliava tantissimo a quello fiorentino!
Dante di fatto proclamava e giustificava con validissime
motivazioni la superiorità del toscano e del fiorentino rispetto a tutti gli
altri volgari, e per consacrarlo ancora di più spiegò dettagliatamente come
dovevano essere scritte le poesie d'amore, e diede un nome alla sua maniera di
scrittura e a quella dei suoi seguaci: il DOLCE
STIL NOVO. Questo dolce e nuovo stile di scrittura trasformava quindi
le donne in angeli, e contrapponeva il volgare toscano, elegante e leggiadro, a
quello siciliano, aspro e difficile.
Il dolce stile di Dante e dei suoi amici fece così tanto
tendenza che ebbe anche dei poeti che vi si opponevano, scegliendo di
raccontare l'amore con una vena comica e realistica, e anche un po' aggressiva.
il più famoso di essi fu Cecco Angiolieri, che conosceva Dante molto bene, ma
anche il buon Alighieri si divertì a scrivere poesie provocatorie e un po'
ingiuriose.
Ancora oggi Francesco e i poeti della Scuola Siciliana sono
considerati gli iniziatori della letteratura italiana, ma Dante Alighieri, con
la sua audacia e genialità ne è considerato
il vero padre, nonchè l'inventore dell'italiano,
una lingua che, modellata dal grandissimo poeta usando come base il dialetto di
Firenze, spiegata in tutte le sue
sfaccettature nei trattati di Dante, scritti sia in latino che in volgare, sarà
consacrata a lingua letteraria nazionale soprattutto grazie alla sua più grande
e maestosa opera: LA DIVINA COMMEDIA.
Ecco perchè ancora oggi non possiamo fare a meno di notare
che l'italiano non è altro che un dialetto come gli altri (il fiorentino
appunto) ma un dialetto che, "con i giusti agganci", ha fatto
carriera, diventando la lingua di tutti.
Letizia Magro
lunedì 15 dicembre 2014
Da LiveSicilia: Scoprire un Nobel non basta Duepunti non farà più libri
http://livesicilia.it/2014/12/09/scoprire-un-nobel-non-basta-duepunti-non-fara-piu-libri_574996/
giovedì 11 dicembre 2014
Diario di bordo del Patatè del 7 dicembre 2014 - In tutte le migliori famiglie...
In
tutte le migliori famiglie si instaurano dei momenti di riflessione, per
cercare di analizzare quali sono i punti deboli del percorso che si sta
affrontando, e impegnarsi per migliorare o modificare le strategie che si sono
adottate, e che forse, sono risultate poco efficaci...
Sembra
un discorso ospedaliero, ma la verità è che è un po' difficile metaforizzare
cosa è successo nella seconda riunione del Patatè, avvenuta lo scorso 7
dicembre...qualche defezione giustificata (il 7 dicembre è pur sempre vigilia
di festa...), qualche promessa non mantenuta, qualche faccia nuova
interrogativa e incuriosita...e un serpeggiante sussurrio, che palesava un
piccolo doloroso fallimento: quasi nessuno aveva letto il suo classico... Gli
elementi c'erano tutti per smontare baracche e burattini e tornare indietro, al
porto dal quale questa piccola avventura è cominciata...ma sarebbe stato uno
sbaglio: meglio sedersi tutti attorno ad un tavolo e porci delle domande,
rischiando di andare un po' fuori tema, ma cercando di chiarirci le idee sul
perchè di quello che, fino a questo momento, potrebbe sembrare "un
fiasco".
Di
fatto abbiamo divagato, e parecchio, complici anche le new entry incuriosite
dalla nostra iniziativa; abbiamo fantasticato colorando i nostri interrogativi
di "Se", di "Forse" e di "Ma", ma poi abbiamo
magicamente ritrovato la nostra bussola ponendoci forse la più scontata ma
anche la più necessaria delle domande: "Perché i classici che avevamo
proposto, brevi e non particolarmente impegnativi, non sono stati letti o
riletti dai presenti? Perché ci siamo bloccati davanti alle loro vetuste e
affascinanti pagine?"
È
venuta fori una piccola grande verità, che era in fondo quella che speravamo di
scardinare: queste pagine fanno un po' paura, la parola classico fa un po'
paura, quasi fosse sinonimo di auctoritas
sulla quale non si ha il diritto di divagare e di sognare, perchè quelle pagine
sono state indagate, scandagliate, interpretate e quasi denudate da critici su
critici, per cui il nostro pensiero e più ininfluente di una goccia d'acqua che
scivola isolata nel mare.
Fuori
dalla scuola e dall'accademia il classico non serve a nulla, su di lui è stato
detto e scritto tutto, e quel TUTTO, sintetizzato nei manuali di scuola o
peggio nei deliri di qualche accademico,
per una persona di cultura media è servito per farsi interrogare o per
svolgere un esame durante la sua carriera scolastica.
È
vero, il classico non serve a nulla, non ha una funzione pratica, e questa sua
presunta inutilità è stata duramente accentuata dal sistema scolastico e
accademico. Perché scuola ed università sono fatte da esseri umani, e gli
esseri umani talvolta smarriscono il senso della bellezza perdendosi dietro al
nozionismo altrui...eppure quella bellezza è sempre là, e basta poco per
riappropriarsene: una lettura ingenua e senza pregiudizi, che metta al centro
le emozioni che suscita un libro hic et
nunc...senza pensare che quelle pagine le ha scritte Kafka, Puskin o
Voltaire. Ci piacerebbe che succedesse questo, non pretendiamo di fare i
professori o i critici accademici... vogliamo essere liberi pensatori che in
queste prime tappe del nostro viaggio, riscoprono senza vincoli, e in
un'atmosfera calda e amichevole, alcune
pagine definite classiche perché hanno superato le barriere del tempo,
racchiudendo in sè stesse delle emozioni infinite e sempre vive, che hanno
bisogno di noi, e della nostra serena ingenuità per continuare a vibrare, e non
devono cristallizzarsi nella furia intellettualoide della critica strutturata e
strutturante...
Ci
penseremo su, forse ci inventeremo una gara...ma non molleremo...questa pagina
del diario di bordo non sarà quindi l'ultima del nostro viaggio, che non è
certamente semplice...ma che vuole approdare a qualcosa di bello...
Alla
prossima amici!
L.M.
lunedì 10 novembre 2014
Diario di bordo del Patatè del 9 novembre 2014
Il 9
novembre 2014, presso la sede del Piccolo teatro Patafisico di Palermo, si è costituito
il gruppo dei Patatè letterari: uno spazio fisico e intellettuale di condivisione,
i cui partecipanti, mettendo insieme suggestioni ed emozioni davanti a una
tazza di buon thè, hanno deciso di
intraprendere insieme un percorso di lettura creativa.
«Eccoci
davanti ad uno dei soliti, banali e noiosi circoli di lettura, che vogliono
darsi un tono con appellativi accattivanti ma poco convincenti...» Lettore, ti
ho sentito e riesco anche ad interpretare i tuoi dubbi e le ragioni del tuo
diniego: pensi che la lettura sia un'esperienza intima che non va
necessariamente condivisa, trovi che riunirsi a parlare di lettura sia un
passatempo un po' snob se serve unicamente a mettere in mostra una qual mania
citazionista che ha del dozzinale; beh, certamente tali pensieri non ti hanno
fatto desistere dall'aprire questa pagina e dal cominciare a leggere, quindi,
ora che ti ho smascherato non provare a fermarti, soddisfa a pieno la tua
curiosità leggendo questo resoconto, magari alla fine cambierai idea...e la
prossima volta sarai dei nostri anche tu...
Dunque,
abbiamo intrapreso un percorso, che, come tutti i bei viaggi che approderanno
ad una qualche meta, deve essere documentato: un gruppo di amici, alcuni non lo
erano ma, da ieri, lo sono diventati (anche
se, magari, ancora non lo sanno) le luci soffuse, nessun diaframma e una (non)
domanda per iniziare: Noi e i libri.
Inutile
in questa sede citare titoli, più costruttivo riportare le suggestioni che ci
hanno accompagnato e che hanno segnato la prima tappa del nostro viaggio:
abbiamo stabilito che a livello emotivo non può esistere IL libro che ci ha
cambiato la vita, e ci ha trasformato in lettori, sebbene possa esistere a
livello storico, quello sì, ma diciamolo pure, non è così importante...
Molto
più importante è il rapporto totalizzante che abbiamo sviluppato con I libri,
non privo di un carattere fortemente erotico e passionale, che in determinati
periodi della vita può anche essere incontrollabile ma che è fondamentale e
bruciante...
Amore
per le parole, per il modo in cui sono tessute insieme (testo- textus) , in quella magia evocativo -
descrittiva fatta di significati profondi nascosti e palesati nei suoni, nei colori
e nei sapori evocati in ciascun libro in modo diverso e unico: e non stiamo
parlando necessariamente di classici o di libri che andrebbero riletti, analizzati,
contestualizzati o decontestualizzati, ci sono racconti che leggeremo svariate
volte nella nostra vita, e storie che rimarranno lì, fisse nel ricordo di un
momento particolare e non le rivedremo mai più... tuttavia nessuna citazione è
veramente necessaria, ogni testo (se letto con cuore innamorato) lascia
un'impronta più o meno profonda, ci impressiona come pellicole fotografiche e
resta in noi... I libri SIAMO noi, noi
siamo il loro sangue (lo diceva il buon Nietzsche) ascoltare una citazione
comodamente seduti al tavolino, ha confermato questa anaforica (violenta e sanguigna)
impressione.
Sia
ben chiaro, proprio perchè eravamo tra amici, vecchi, nuovi e presunti, questa
scoperta si è svolta in modo naturale, con qualche distrazione e naturale
obiezione, intervallata da fresche risate neonate e da battute divertite e
disincantate...non è stato forse in primo passo di una creazione? Abbiamo
confermato di amare in modo fisico la lettura, di non considerarla fine a se
stessa, di non ridurla ad un banale atteggiamento cumulativo ("Io di libri
ne ho letti un sacco e tu nooo!!!!" "Io ho un taccuino in cui appunto
i titoli di tutti i libri che ho letto!"), nè tantomeno citazionista...e
abbiamo cominciato a scavare un solco orizzontale da seguire, inseguire e
seminare... un mese di tempo per (ri)scoprire un classico (UNO SOLO, E ANCHE
BREVE) internazionale, uno di quelli che ci sciroppavano a scuola...cinque titoli
da sorteggiare (sì sorteggiare, per giocare un po') uno per ciascuno (per
provare a formare cinque gruppi omogenei nella loro naturale disomogeneità): RUSSIA
Puskin La figlia del capitano, AREA
ISPANICA G. García Marquez L'amore ai tempi del colera, FRANCIA Voltaire Candido,
INGHILTERRA G. Orwell La
fattoria degli animali, AREA MITTELEUROPEA F. Kafka, la Metamorfosi.
La
nostra riunione si è sciolta così, con un impegno e un sorriso; nel mezzo della
lettura indicheremo anche qualche suggestione da seguire per rispondere a due
semplici domande, che ci permetteranno di continuare a costruirci come lettori
creativi...(ci perdonino i libertini, ma per costruire un percorso, qualche
paletto lo dobbiamo pur porre...)
Buona
lettura o rilettura amici, ci vediamo il 7 dicembre...
E a
te, scettico curioso lettore di questo diario di bordo non mi resta che dire:
benvenuto, se vorrai unirti a noi...sappi che ti aspettiamo, saremo tra amici!
Un
caro saluto
L.M.
Per saperne di più https://www.facebook.com/groups/patateletterari/
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Palermo,
Piccolo teatro patafisico
Ubicazione:
Palermo, Italia
martedì 4 novembre 2014
lunedì 8 settembre 2014
La trilogia delle Cinquanta sfumature ovvero: Anastasia Steele e Christian Grey,storia di una Cenerentola erotica e del suo principe (azzurro?)
...Una "stroncatura" scontata...
Avevo promesso a me stessa e alla mia biblioteca personale che non
avrei mai acquistato la trilogia delle Cinquanta sfumature ideata dalla signora James,
tuttavia tale proposito non equivaleva al rifiuto categorico di leggerla, e dal
momento che nell'era del digitale è diventato semplice procurarsi senza spreco
di carta e denaro un libro in formato pdf
o in e-pub, specialmente quando si tratta di un prodotto di consumo su
larga scala, ho deciso di accettare la graziosa e androidiana compagnia di Anastasia Steele e di Christian
Grey le cui vicende si sono dipanate, per un periodo di tre settimane, sul
display del mio smartphone...
«Che orrore!» Potrà subito nicchiare qualche intellettuale puritano (
più che altro di sesso maschile) amante della bella (e soprattutto della vera) letteratura,
«sprecare il proprio prezioso tempo dietro un romanzo bollato come "romantico-erotico"
che di letterario - almeno a prima vista, ma, oserei dire, anche a seconda - non ha proprio nulla...» Posso
subito affermare con certezza che non credo di aver perso tempo, mi sono solo
presa una pausa dalle letture impegnate per analizzare quello che è di fatto
diventato un fenomeno, se non proprio letterario, almeno mediatico, sapendo di possedere
freddezza e strumenti critici a sufficienza per poter esprimere un giudizio
obiettivo, oltretutto la dematerializzazione offertami dal sistema android, mi ha fatto scoprire (e apprezzare) una maniera di lettura più snella e senza pretese, che si
è rivelata perfettamente funzionale a questo genere di romanzetti.
Ci sono volute tre settimane, ma a dirla tutta, ci si potrebbe mettere
anche meno tempo: La storia di Anastasia Steele e Chistian Grey è di fatto un'elegante
accozzaglia di luoghi comuni fiabeschi sapientemente
cuciti dall'autrice, che irretiscono con
facilità la lettrice: Anastasia è una timida e brillante studentessa di ventuno anni, laureanda in
letteratura inglese, figlia unica, appartenente a una famiglia piccolo
borghese, è carina senza essere particolarmente vistosa, non è troppo romantica
o sdolcinata e soprattutto non ha mai "conosciuto un uomo"
biblicamente parlando. Christian è il classico giovane imprenditore rampante di
bell'aspetto e maniaco del controllo, figlio adottivo di genitori benestanti e
amorevoli che non sono riusciti a sanare le ferite causategli da un passato
oscuro fatto di maltrattamenti, canalizzate tuttavia in una relazione con una
donna più grande di lui ( che, guarda caso, si chiama Elena, sarà forse uno scontato
riferimento colto ad altre sensuali figure letterarie che portano il suo stesso
nome?) la quale dai sedici ai ventuno
anni di Christian, è stata il suo mentore sessuale e gli ha insegnato uno stile
di vita volto alla dominazione.
Se Anastasia non ha mai avuto alcun genere di relazione sentimentale,
Christian da buon protagonista maschile, bello e tormentato quale deve essere, non
si è mai innamorato, ha solo avuto una sapiente formazione sessuale che si è affinata,
previa firma di un regolare contratto con tanto di clausole esplicative, con una quindicina di donne, le cosiddette
"sottomesse", ovvero delle povere "disgraziate" che sono state
oggetto delle più inaudite (e scontate) perversioni sadiche del fascinoso e tormentato
protagonista maschile della trilogia.
I due si incontrano per caso, si
piacciono, e si innamorano pressochè immediatamente, con tutte le problematiche
che questo sentimento (così inatteso?) può provocare, ovvero con un continuum di masturbazioni mentali
sulla liceità delle loro emozioni, che
mandano all'aria qualsiasi contratto, e che fra alti e bassi li porterà all'happy end con tanto di prole al
seguito.
Una storia che si divide in tre
tomi, ma che di fatto si consuma in meno di cinque mesi, in cui l'educazione
sessuale di Anastasia la fa chiaramente da padrona: il sesso "alla
vaniglia" ovvero quello praticato da più della metà dei comuni mortali,
con tutte le sue posizioni più classiche, è declinato in pressoché tutti i
capitoli dei tre romanzi, con dovizia di particolari, a questo si aggiungono
delle brevi e ben poco folgoranti esplorazioni del sesso estremo, anch'esse
particolarmente scontate nel loro supposto estremismo strumentale (bende,
lacci, frustini e giocattolini vari che non impressionano un granché). Fa da contraltare
alla singolare educazione di questa cenerentola erotica, quella del principe
(azzurro?) Christian, maestro del piacere iniziato all'amore, con tutti i
turbamenti che questo comporta, i quali sono (ovviamente) psicanalizzati dietro
le quinte dal suo "strizzacervelli" di fiducia: il buon dottor Flynn.
Di fatto la scorrevolezza della
trilogia non è data tanto da fattori di immedesimazione con il personaggio
femminile, seppure il fatto che sia Anastasia a raccontare la sua storia in
presa diretta (il narratore interno e autobiografico è proprio una furbata) rappresenti
un chiaro segnale mediatico di chi siano le destinatarie di quest' opera. Lo
scopo è piuttosto quello della comunione simpatetica con entrambi i
protagonisti: insomma ci troviamo nella testa e nel corpo "sempre
pronto" di Anastasia, ma manipoliamo i sentimenti e le fragilità del buon Christian, che, innamorato cotto qual
è, fa quasi tenerezza nei tentativi di
archiviare il suo passato di
bambino abusato e di intoccabile Dominatore (dove con la parola
"dominatore" si intende "uomo che, previo regolare contratto,
compie prodezze sessuali, senza farsi coinvolgere da alcun sentimento e senza
farsi sfiorare con un dito") e di canalizzare ciò che prova non solo nelle
sue fantomatiche erezioni, ma nella vita di tutti i giorni, costellata di una
serie di sconcertanti "prime volte". Inoltre, essendo ricco sfondato,
le sue esternazioni corrispondono necessariamente al suo stile di vita: quindi via
libera ai regali costosi, alla possibilità di raggiungere Anastasia in
qualsiasi posto si trovi grazie ai potenti mezzi di trasporto a sua disposizione
e a una plateale proposta di matrimonio
che si materializza dopo poco più (o poco meno) di un mese di conoscenza.
...e una riabilitazione (?)...
Osservando attentamente la
trilogia di Cinquanta sfumature è possibile cogliere alcune costanti che ne
garantiscono la leggibilità mantenendo alto il livello di suspense e garantendo un affidabile patto narrativo con i lettori.
Nessuna necessità di ritornare indietro: Lo stile di scrittura della
James fonde il linguaggio dei romanzi rosa
di alto consumo (Harmony, per intenderci) con un forte intento
iconografico che indugia nei particolari, per cui i nodi narrativi della
vicenda si imprimono con facilità nella mente dei lettori; inoltre
l'inserimento della scrittura epistolare che si esplica nello scambio di e-mail
e di sms dei due protagonisti, offre
una precisa scansione temporale della storia, oltre ad essere un ottimo
artificio straniante che permette di indagare (in modo molto tradizionale) gli
stati d'animo di entrambi i protagonisti.
Riferimenti letterari espliciti: Abbiamo già accennato alla singolare questione onomastica che vuole che
l'antagonista femminile per eccellenza di Anastasia si chiami Elena, come la
più famosa delle seduttrici letterarie(e del resto anche il suo soprannome
"Mrs Robinson" fa riferimento a un film culto per quanto concerne la
seduzione, ovvero Il laureato); anche
Jack Hyde porta un cognome che vuole enfatizzarne la natura perversa (come non pensare a Dottor Jekyll e Mr Hyde?) Anastasia
ha invece il nome della principessa Romanov protagonista dell'omonimo film
Disney, e il nome "Christian"
ha in sé una chiara nota di filantropia. Inoltre la protagonista è una studiosa
di letteratura inglese, e il più volte citato romanzo di Tomas Hardy Tess dei d'Urbervilles funge da cartina al tornasole della sua
vicenda.
Questione di tempi: Abbiamo già accennato al fatto che la vicenda
si consuma in un lasso di tempo relativamente breve, come del resto succede in
tutte le migliori fiabe, il tempo della storia di fatto si dilata in quanto
osservato dal punto di vista della protagonista che assapora e riporta
minuziosamente le sue esperienze, con un andamento narrativo talvolta
sfiancante (che "eleva l'ordinario
allo straordinario", per dirla con le parole della protagonista),
specialmente quando si sofferma sulle sue esperienze sessuali, che sembrano
eccessive anche per quanto riguarda il loro numero, ma che se collocate nel fiorire di un nuovo rapporto sentimentale,
perdono qualsiasi eccezionalità.
Il lato oscuro non esiste: Christian
Grey è il protagonista maschile di una saga che
vuole essere soprattutto romantica, per cui ogni sua perversione deve essere
giustificabile e perdonabile:non si fa toccare perchè da bambino è stato
maltrattato, la sua educazione sessual-sentimentale è stata compiuta da una figura
materna che ha quindi abusato di lui senza il suo reale consenso, in caso di
necessità le sue ex sottomesse hanno goduto del suo aiuto e della sua
protezione anche dopo lo scioglimento del contratto.
Di fatto Christian è ricco ed è un filantropo, spende i suoi soldi per
soddisfare ogni sua esigenza, anche la
più frivola e nello stesso tempo destina
molti dei suoi averi per la realizzazione di progetti ecosostenibili e per
aiutare le popolazioni di paesi più sfortunati. Una figura del genere è in
realtà priva di lati oscuri, e le cinquanta sfumature di cui si vanta sono più
che altro di natura umorale. Inoltre il suo innamoramento adolescenziale per
Anastasia lo rende ancora più simpatico al lettore per la sua palese incapacità
di dosare le emozioni. Da questo punto di vista è molto interessante la
conclusione di Cinquanta sfumature di rosso, in cui la James riscrive il primo capitolo
della trilogia avvalendosi del punto di vista di Christian: attraverso questa
lettura incrociata si recuperano di fatto alcuni aspetti caratteriali di questo
contemporaneo principe azzurro (o "cavaliere bianco", come lo
definisce Anastasia).
Antagonisti necessari (Propp
docet): il giustificabilissimo tasso erotico di Cinquanta sfumature di grigio, ha bisogno di essere stemperato da qualche
nota giallo-noir per cui, se nel
primo libro i personaggi che creano un qualche turbamento alla protagonista
sono solo dei nomi ( "Mr. Robinson" ovvero Elena Lincoln, Jack Hide,
l'ex sottomessa Leila) nel secondo e nel terzo episodio della saga acquistano
un certo spessore, sebbene il loro intento non sia specificamente quello di
rovinare la storia di Christian e Anastasia, le antagoniste femminili sono semplicemente delle disturbatrici
adrenaliniche, Hyde è invece un
sabotatore violento, ma anche in questo
caso gli intenti dell'autrice sono chiarissimi: Leila ed Elena rappresentano la
materializzazione del passato "erotico-sentimentale" di Christian nel
quale Anastasia deve necessariamente specchiarsi per comprendere a pieno la sua
specificità e unicità di donna amata; la crudele perversione criminale di Jack (
che oltretutto è anche lui orfano e ha vissuto per un breve periodo nella
stessa famiglia affidataria di Christian) serve a confermare la relativa
onestà e purezza d'animo del protagonista maschile, a prescindere dalle sue
abitudini sessuali.
Gravidanze (im)previste: Il matrimonio lampo tra Christian e Anastasia
è giustificabilissimo data la loro posizione economica la quale permette il
coronamento di un sentimento che, con tutte le sue implicazioni erotiche, deve
necessariamente definirsi genuino. La gravidanza della protagonista invece...è
altrettanto prevedibile e auspicabile per arrivare al necessario happy end della trilogia: Anastasia
dapprima dimentica di prendere la pillola anticoncezionale e poi procrastina
senza neanche rendersene conto, la data dell'iniezione contraccettiva
consigliatale dalla ginecologa, ma di fatto sembra che i contraccettivi non le
abbiano mai fatto effetto, per cui la giovane rimane incinta praticamente
subito, senza rendersene conto. La gravidanza spazza via le ultime barriere
sentimentali innalzate dal buon Christian che, come da copione, in un primo
momento non la prenderà bene, ma in seguito, travolto letteralmente dagli
eventi che metteranno anche in pericolo la vita del suo grande e unico amore,
si ravvedrà. La dimensione di coppia lascerà quindi il posto a quella
familiare, con la nascita del piccolo Ted e la nuova gravidanza di Anastasia,
due eventi gioiosi che coroneranno l'amore dei giovani protagonisti lasciando tuttavia spazio alla loro intimità
di coppia (anche a quella più spinta).
Una fiaba per adulte: La trilogia di Mrs. James è senza alcun
dubbio un prodotto commerciale di qualità relativamente mediocre (il termine "mediocre"
vuole essere privo di accentuate sfumature dispregiative), ma ben strutturato;
prova ne sia il fatto che Cinquanta sfumature di grigio è diventato
un film che di certo attirerà moltissimo pubblico, ma che, come tutti i
riadattamenti cinematografici, non potrà riflettere a pieno le strategie
narrative adottate dall'autrice. Bollare Cinquanta
sfumature, come letteratura
spazzatura sarebbe estremamente semplice e anche banale: non è di fatto una
vicenda che merita nessuna demonizzazione, in quanto, come crediamo di avere dimostrato,
è una costruzione letteraria che si
fonda su un solido patto narrativo con suo il pubblico, fatto anche di richiami
letterari necessariamente impoveriti e per certi versi volgarizzati, ma che non
sono affatto trascurabili. È necessario prendere i tre libri di Cinquanta sfumature di grigio, rosso e nero,
per quello che sono: una fiaba contemporanea per persone adulte (che sarà tuttavia
fruita anche da un pubblico adolescente), esasperazione bibliografica del
celeberrimo film di Pretty woman, racconto di un amore sincero e privo censure, tanto impossibile
quanto reale e perfino noioso e scontato; una lettura riservata prevalentemente
a un pubblico femminile, che non lascia
affatto senza fiato. Può essere stuzzicante e un po' frustrante se svolta senza
alcuna riflessione "metaletteraria", ma a un'attenta disamina, può anche
rivelarsi un passatempo disimpegnato non privo di piccole sorprese stilistiche.
domenica 6 luglio 2014
SUL SIGNORE DEGLI ANELLI (Alcuni buoni motivi per leggere il libro di J. R. R. Tolkien pur avendo visto la trilogia di Peter Jackson)
Decidere
di leggere Il Signore degli anelli dopo aver visto e rivisto la trilogia di Peter
Jackson, potrebbe essere giudicata una scelta ridondante nonché faticosa, vista
la ponderosità del capolavoro letterario di J.R. R.Tolkien.
Dopotutto
l'opera cinematografica ci ha regalato una riduzione filologicamente
attendibile (ovvero, un'interpretazione comunque personale) dei tre libri, gli
effetti speciali hanno permesso agli spettatori di vivere esperienze che
sarebbero rimaste appannaggio della loro pura immaginazione, gli attori hanno dato il loro corpo e il loro
sangue ai personaggi, facendoli agire, soffrire e gioire insieme a noi
attraverso il medium del grande schermo. Il
Signore degli anelli è quindi un romanzo diventato una sceneggiatura che ha aperto la strada a tanti altri
romanzi-copioni di genere affine i quali, appena pubblicati, sono diventati dei
film o delle serie fantasy.
Tuttavia
si arriva subito a una chiave di volta: Molti racconti fantasy hanno avuto appena
il tempo di essere pubblicati e sono stati trasformati in un prodotto visivo e commerciale,
è quello che è successo anche ai romanzi di Harry Potter, sebbene in tal caso
l'intento della saga letteraria fosse squisitamente educativo, e questo
elemento si è riversato anche nei film ispirati al maghetto. La letteratura
fantasy contemporanea è insomma un prodotto che aspira alla riduzione
cinematografica essendo carica di creature sempre più strane e bisognose di effetti
speciali sempre più raffinati per
prendere vita.
Il Signore degli anelli è stato concepito più di sessant'anni fa, ed è
innanzitutto una sapiente costruzione letteraria che interseca tra loro temi fiabeschi, motivi ispirati alle saghe
nordiche e valori esemplari dell'epica classica, cuciti con acribia filologica,
geografica e storiografica tale da
permettere all'autore di inventare e rappresentare con realistica puntualità luoghi, ere e linguaggi. Questo è forse
l'elemento meno interessante per il pubblico di massa, ma è tuttavia inconfutabile il fascino che emana nei lettori più attenti e
bendisposti: mappe, alfabeti, pronunce, periodi storici ed alberi genealogici inesistenti
eppure documentati e ricostruiti in accurate cronologie in appendice ai tre
(ovvero sei) libri di questa saga il quale scopo è chiaramente quello di una
manzoniana verosimiglianza alla rovescia: i farri appartenenti alla dimensione
fantastica diventano più reali della realtà stessa anche in forza
dei fanta-documenti che ne danno testimonianza.
La
dimensione epica del racconto è certamente quella che si coglie meglio attraverso
la lettura del Signore degli anelli: il valore del canto e delle storie è più
volte riaffermato nelle pagine del romanzo di Tolkien, Gli Ent elencano i nomi
delle creature della terra di mezzo per mezzo di lunghi poemi, il gioioso personaggio,
unicamente letterario e senza tempo, di Tom Bombadil, vive cantando e ridendo, insensibile
alla seduzione di qualsiasi forma di male, Bilbo è un compositore di canzoni, e ha
scritto il libro delle sue avventure che
sarà continuato da Frodo e portato a compimento da Sam, e ogni creatura della
terra di mezzo vive di racconti e di canti istoriati che conservano e celebrano
vicende passate e presenti. Tutti appartengono ad una storia e le grandi storie
non hanno mai fine; sono riflessioni del saggio Sam che rimbalzano anche sulle
labbra di Frodo e Pipino, e il canto scioglie le tensioni e sublima le
sofferenze nel sorriso.
Quel
sorriso, che insieme alla risata pura e schietta, si oppone al male e lo
sconfigge, umanizzazione della luce che si oppone alle tenebre: il suono,
singolare in un campo di battaglia, della risata di Eowyn davanti al Re Stregone
poco prima di sconfiggerlo ne è un chiaro esempio, come anche lo sono le risate
di Merry e Pipino davanti alle rovine di Isengard quando si riuniscono
finalmente ai membri della compagnia dell' Anello, e ancora è la risata di
Gandalf a rianimare Sam e a provocare il suo pianto liberatorio
(seguito anch'esso da una risata) quando si risveglia al termine della sua
avventura e si rende conto di non aver sognato ma di essere riuscito nella sua
impresa insieme all'amico Frodo.
Anche
l'esemplarità dei personaggi è più marcata nelle pagine del Signore degli anelli rispetto al film: tutti
gli Hobbit sono “dolci come il miele e
resistenti come le radici di alberi secolari”, sebbene poi ciascuno mostri
delle sfumature caratteriali e comportamentali proprie (Sam è il saggio
coraggioso, Frodo è la vittima sacrificale incompresa, Merry e Pipino sono degli
Hobbit combattenti); Aragorn è l'impavido
e salvifico re "amato dal
mondo" che in un certo senso si oppone prima a Boromir l'impetuoso e poi
al fratello di lui Faramir, il quale è invece un personaggio riflessivo, sensibile
e coraggioso; Gandalf è il sapiente
cercatore, Gimli e Legolas sono gli amici che si completano nonostante le
differenze che li caratterizzano; Arwen è la Stella del vespro che si
contrappone alla luce del mattino di Galabriel; Eowyn è la donna guerriera che soffre
ama e combatte; lo stesso Gollum è una creatura divisa a metà vittima
dell'anello, memore del passato sereno di Smaegol, alter ego esasperato di Frodo.
Questi
sono solo alcuni degli elementi esemplari del romanzo che i film cercano di
trasmettere ma che perdono molto nella resa visiva. Leggere Il Signore
degli anelli essendo già a
conoscenza della sua trama cinematografica permette innanzitutto di recuperare
questi aspetti e di scoprire delle sottili
trame che la celluloide ha dovuto
necessariamente bandire ma che sono delle portatrici di significati profondi e
degni di essere riscoperti proprio attraverso la lettura: la lotta tra il bene
è il male è anche lotta tra le diverse forme di male, quello assoluto e quello
più umano che non possono affatto conciliarsi; il motivo della quête (ricerca) e del nostos ( il viaggio di ritorno) si
intrecciano indissolubilmente con il polemos
(la guerra) che continua oltre la missione dell'anello per la pacificazione
della Contea.
La
lettura permette inoltre di dare il nostro sangue ai personaggi e di farli
rivivere secondo la nostra personale prospettiva, e l'epos tolkieniano si presta ad essere interiorizzato e rivissuto dal
lettore attivando la sua naturale empàtheia
immaginativa.
"Le
grandi storie non conoscono fine", perchè gli scrittori hanno profuso in
esse la loro sapienza costruttiva ed emozionale ma anche perchè i lettori hanno
la facoltà di non farle morire. Non è un caso che il piccolo Bastian,
protagonista della trasposizione cinematografica di un altro grandissimo
romanzo fantasy portatore di diversi livelli di significato qual è La storia infinita di Michael Ende, citi tra i romanzi che ha
letto proprio Il Signore degli anelli, è infatti anch'esso una storia infinita, a
livello narrativo, interpretativo, ed esperienziale: il lettore può tornare indietro e rileggere una pagina
cogliendone molteplici significati, se ne possono apprezzare le vibrazioni liriche e i chiaroscuri in versi e in prosa che si fondono con la
narrazione, e ogni vicenda, nella sua verosimiglianza capovolta può sovrapporsi
alla nostra storia personale e sociale e alle storie di tutti i tempi.
Un
ultimo valido motivo per leggere Il
Signore degli anelli è senz'altro la
sua inconfutabile bellezza, che ne fa un classico, e che svelandosi pagina dopo
pagina, vince gli indugi suscitati nei lettori dallo spessore delle sue pagine,
ed emoziona con le descrizioni che indugiano nei particolari e i paragoni
pittorici di un tipo di scrittura che oggi sembra non esistere più, ma che continua
a far vibrare e a tenere desti gli animi.
giovedì 1 maggio 2014
Una saga fantagalattica e demenziale che spiega la complessità dell’Universo: La guida galattica per gli autostoppisti.
Cosa
succederebbe se la Terra fosse distrutta da un’astronave aliena per far posto
ad una superstrada galattica? E’ questo che raccontano i cinque episodi della Guida galattica per gli autostoppisti, epopea fantagalattica scritta da Douglas Noel
Adams tra il 1979 e il 1984 e pubblicata nella Piccola Biblioteca Oscar
Mondadori.
La
saga vede protagonisti il terrestre Arthur Dent, che si salva dalla terribile
tragedia della fine del modo con l’aiuto di Ford Prefect, un alieno, esperto
autostoppista galattico, che abita sulla Terra da 15 anni e si occupa
dell’aggiornamento della Guida galattica per autostoppisti. I due sgangherati
amici intraprendono uno straordinario viaggio nell’universo spazio-temporale,
insieme al presidente della galassia, il bicefalo Zaphod Beeblebrox, alla
terreste Trillian, e al super intelligente (e super depresso) robot Marvin.
I
cinque episodi della saga (Guida galattica
per gli autostoppisti, Ristorante al termine dell’Universo; La vita, l’universo
e tutto quanto; Addio, e grazie per tutto il pesce; Praticamente innocuo) si snodano tutti (in maniera non omogenea)
intorno a questi cinque personaggi, sebbene siano soprattutto Arthur e Ford i
due grandi protagonisti di questa vicenda paradossale.
Pur
essendo stata pubblicata più di trent’anni fa la Guida si confronta con temi di straordinaria
attualità come l’asservimento dell’uomo alle macchine, la ricerca del significato
dell’universo, il relativismo spazio-temporale che porta ad ipotizzare non solo
l’esistenza di altri mondi ma anche di dimensioni alternative in cui uno stesso
pianeta acquista forme differenti. L’uomo, abitante di un pianeta “Praticamente
innocuo” (come lo definisce tristemente la Guida) si confronta con un Universo
complesso e confuso (Un “gran casino generale”) e scopre di non esserne il
centro, del resto l’antropocentrismo è smentito dalla scoperta che sono i topi
gli esseri più intelligenti della Terra, seguiti dai delfini!
Douglas
Adams ha costruito una storia avvincente e demenziale, talvolta irritante nella
sua lucida irrazionalità, che tuttavia rappresenta l’incomprensibilità dell’Universo con
leggerezza e profondità. Il ritmo della vicenda, rapido e scoppiettante nel
primo episodio della saga, si fa un
po’più lento in Ristorante al termine
dell’Universo, in cui l’elemento
riflessivo e speculativo fa parte a sé, non agglutinandosi all’azione.
Ma
sono le guerre di Krikkit, ne La vita, l’universo e tutto quanto, a
costituire il cuore di questa epopea, il pianeta Krikkit è infatti una metafora
della Terra, un mondo egocosmico, falsamente ecologista, che aspira a
distruggere tutti gli altri pianeti dell’universo. Ma ancora una volta Arthur e
Ford riusciranno a salvare la galassia, grazie all’aiuto del robot Marvin,
protagonista di uno spassosissimo dialogo con un materasso sul pianeta
Sconchiglioso Z.
Ma,
alla fine, questa Terra sarà stata distrutta davvero? Allora come mai Arthur,
che fra un’avventura e l’altra ha anche imparato a volare, si ritrova a casa sua in Addio e grazie per tutto il
pesce ? e soprattutto; che fine hanno fatto i delfini? Che sia stato tutto
un sogno? Considerato che Arthur ha trovato l’amore, ma che questo amore ha qualcosa
di strano (come del resto è strano un singolare oggetto di vetro che qualcuno,
non si sa chi, gli ha regalato) , è un po’ difficile credere che tutte le sue
sgangherate avventure siano state frutto di un lungo sogno…è molto più
probabile che l’asse della probabilità, con i suoi squilibri spazio temporali
gli abbia giocato qualche brutto scherzo, come ad esempio quello di fargli
avere una figlia proprio con Trillian (una bambina chiamata Casualità, in Praticamente innocuo), mentre in un’altra
dimensione la stessa Trillian si strugge per non aver seguito Zaphod nello
spazio e cerca di sfondare come giornalista…
Fra
l’altro, la casa editrice che distribuisce la guida galattica per gli
autostoppisti vorrebbe mutarne la struttura e
modificare la fetta di mercato a cui si rivolge, facendo scrivere a Ford
Prefect solo recensioni sui ristoranti.
La guida galattica per gli
autostoppisti ha una trama coinvolgente e complicata,
che tuttavia conosce anche dei momenti di debolezza e che può diventare
irritante per l’irriverenza con cui si confronta con quelli che noi
consideriamo dei problemi di vitale importanza.
Eppure
questa avventura paradossale si rivela
sconcertante perché le risposte che ci fornisce sono plausibili, acute ed
incredibilmente credibili, anche quando appaiono a prima vista incomprensibili,
ma del resto il messaggio che appare sullo schermo della guida quando si attiva
parla chiaro, confortandoci e orientandoci in questa (Allegra? Babelica?
Galattica?) confusione : NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO. Un suggerimento che
non possiamo non tener presente.
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